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DISORDINE MONDIALE E CONTROLLO DELLE ROTTE MARITTIME

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La crisi degli Stati Uniti è la crisi di un impero talassocratico, fondato cioè sul dominio dei mari. La questione di Taiwan rientra nell’ampio contesto geografico del Mar Cinese Meridionale dove la Cina, qualora soppiantasse gli Stati Uniti, diverrebbe prima potenza mondiale. Gli attacchi degli Houthi nello stretto di Bab el Mandeb contro navi commerciali in navigazione verso il Canale di Suez, potrebbe determinare vertiginosi aumenti dei costi dell’energia e delle merci,  considerando che da qui transita il 10-13% del commercio mondiale, il 20% delle importazioni di gas e petrolio in Europa. Il Mediterraneo è il connettore fra l’Atlantico, controllato dall’alleanza europei-nordamericani e l’Indo-Pacifico, dove si decide la competizione fra cinesi e statunitensi. Il Mar Mediterraneo è vitale per la nostra sopravvivenza e l’Italia deve agire per riconquistare il terreno perduto.

L’importanza e la forza di una nazione si rivelano nella sua capacità di controllare le rotte marittime. Al mare è attribuita una sempre maggiore centralità geo-strategica. Il 70% della superficie della Terra è coperta da acqua e l’80% della popolazione mondiale è concentrata in una fascia distante meno di 200 km dalla costa. Sul mare si sviluppa la gran parte delle attività produttive proprie dell’uomo: i trasporti lungo le linee di comunicazione marine, il flusso di petrolio e gas, l’attività di pesca, lo sfruttamento delle risorse energetiche e minerarie individuate al di sotto dei fondali marini. Oggi il 90% dei beni e delle materie prime transita via mare e il 75% di questo flusso scorre attraverso pochi vulnerabili passaggi obbligati, i così detti choke points, costituiti dai canali e dagli stretti internazionali. La storia ci ha insegnato come gli imperi occidentali, dal britannico all’americano, siano sorti e consolidati attraverso il dominio sul mare. La crisi degli Stati Uniti e del Mondo occidentale in generale, provoca situazioni di instabilità che spinge molti paesi emergenti, anche di media grandezza, ad agire con spregiudicatezza per sfruttare ogni possibile occasione di mettere in pratica le proprie “dottrine blu”, in base all’assunto secondo il quale “se non domini in mare, non hai potere”.

Come dicevamo, il monopolio della potenza USA sembra progressivamente scemare ed allora si moltiplicano le aree di crisi. La questione di Taiwan rientra nell’ampio contesto geografico del Mar Cinese Meridionale dove, da tempo, si sviluppa la grande sfida strategica per il controllo dell’Oceano Pacifico e del sud-est asiatico. L’isola, infatti, rimane la chiave di accesso dal Mar Cinese Orientale al Mar Cinese Meridionale, in quanto fa parte, con Okinawa e le Filippine, della cosiddetta “prima catena di isole” che condizionano l’uscita del naviglio civile, commerciale e militare della Cina Popolare nel vastissimo oceano Pacifico, congiunta con la “seconda catena di isole”, che si estende dalle isole giapponesi verso Guam e le Isole Marianne. Se la Cina raggiungesse questo scopo, soppiantando gli Stati Uniti, compirebbe un passo decisivo per affermare e consolidare se stessa come prima potenza mondiale. Questa prospettiva cozza anche contro gli interessi di Giappone e Corea del Sud, in termini di sicurezza dei loro flussi commerciali, in quanto implicherebbe un deciso rafforzamento del controllo politico-militare di Pechino sul Mare cinese meridionale, che a sua volta costituisce la chiave obbligata per l’accesso allo stretto di Malacca. Per impedire qualsiasi mutamento dello “status quo”, gli Stati Uniti mantengono basi terrestri e navali in Giappone e nella Corea del Sud e propri approdi militari nelle Filippine, Australia, Nuova Zelanda, Guam e Singapore, oltre all’isola di Diego García e Thailandia, quest’ultime localizzate al centro dell’Oceano Indiano. I contatti tra mezzi aeronavali cinesi ed americani sono praticamente quotidiano ed i rischi di un incidente che possa provocare una guerra non sono poi così remoti.

Altra pericolosa area di crisi è rappresentata dal Mar Rosso, dove nelle ultime settimane si sono moltiplicati gli attacchi nello stretto di Bab el Mandeb, contro navi commerciali in navigazione verso il Canale di Suez, colpite da droni e missili lanciati dallo Yemen dai ribelli Houthi, i miliziani filo iraniani, che hanno annunciato di voler fermare i mercantili diretti in Israele se non cessano i bombardamenti su Gaza. Ogni anno, fra Suez e Bab el Mandeb, transitano 23 mila navi ma negli ultimi due mesi, questi volumi, sono diminuiti di un terzo. Per motivi di sicurezza, infatti diverse compagnie marittime hanno deciso di cambiare rotta, a cominciare dalla Mediterranean Shipping Co (MSC), la più importante al mondo per le spedizioni di container, che ha ordinato alle proprie navi di dirigersi verso il Capo di Buona Speranza, allungando notevolmente il percorso, pur di non correre rischi di attacchi. Dallo scorso mese di ottobre, già oltre 100 mercantili hanno optato per la circumnavigazione dell’Africa. Considerando che da qui transita il 10-13% del commercio mondiale, il 20% delle importazioni di gas e petrolio in Europa, è certo che si verificheranno vertiginosi aumenti dei costi dell’energia e delle merci. Se la situazione di insicurezza dovesse continuare, provocherebbe un enorme danno economico ai paesi che si affacciano sul Mediterraneo, in quanto gli approdi dei mercantili con merci destinate all’Europa, farebbero scalo a Rotterdam e negli altri porti atlantici. Già a Trieste e Genova sono in allarme e la preoccupazione per il futuro è grande. Chi trema è soprattutto l’Egitto che incassa ogni anno 9,3 miliardi di dollari dal pedaggio nel canale di Suez. Gli Stati Uniti hanno annunciato di voler contrastare i ribelli ed in vista di un possibile intervento militare stanno rafforzando la propria flotta presente nella regione. Hanno anche annunciato di aver dato vita ad una coalizione internazionale ma non ben chiaro chi ne faccia realmente parte. L’Italia, da parte sua, si appresta ad inviare nel Mar Rosso la Fregata “Fasan”. Tuttavia, un eventuale intervento militare rischia di coinvolgere l’Iran, che protegge i ribelli Houthi, innescando una guerra dalle conseguenze assolutamente imprevedibili.

Sono molte le nazioni emergenti che scommettono sul mare per affermarsi sotto ogni profilo, dall’economico allo geostrategico, al militare. Dalla Cina alla Turchia, dall’India alla Nigeria sono diversi soggetti che si contendono il primato su zone marittime anche molto estese. L’accesso alle principali rotte commerciali rappresenta “conditio sine qua non” per espandere la propria influenza, tanto che i mari vengono trattati come terre e la competizione per disegnarvi le rispettive zone economiche esclusive segue gli stessi princìpi della geopolitica classica, ignorando ogni regola del diritto internazionale.

Malgrado le apparenze, particolare rilevanza assume il ristretto bacino del Mediterraneo che, con appena l’1% della superficie acquea globale, è attraversato dal 20% del traffico marittimo mondiale. Per ricordare le dimensioni della partita mediterranea, sembra opportuno fornire qualche dato geopolitico ed alcune cifre di base. Il mare già “nostro” si svela geo-politicamente Medioceano a causa della partita fra Stati Uniti e Cina, la cui posta in gioco finale è il controllo delle massime rotte oceaniche, quindi degli stretti, colli di bottiglia, che lo facilitano. Il Mediterraneo è infatti connettore fra Atlantico, oceano sotto totale controllo dell’alleanza europei- nordamericani e Indo-Pacifico, dove si decide la competizione fra cinesi e statunitensi. Come detto, nel Medioceano oltre al transito del 20% del traffico marittimo mondiale, vi si svolge il 27% degli scambi via container, sviluppando il 10% del PIL globale. Dopo il recente allargamento del Canale di Suez, queste percentuali sono destinate a crescere ancora. La rotta mediterranea è troppo importante per il commercio mondiale e le grandi potenze non possono permettere che ne venga preclusa la navigazione.

L’Italia si immerge con i suoi circa 8.000 km di coste al centro di quello che per i romani era il “Mare Nostrum” ed è il primo paese in Europa per quantità di merci importate via mare mentre nei suoi porti arriva circa l’80% del petrolio necessario per il fabbisogno interno . Il nostro Paese dispone dell’11a flotta mercantile del mondo e della 3a flotta peschereccia in Europa con oltre 12.700 battelli da pesca e 60.000 addetti che operano nel settore. Il comparto marittimo nazionale genera da solo circa il 3% del PIL, con un moltiplicatore economico pari a 2,9 volte il capitale investito. L’economia blu, nel complesso, per noi significa oltre 50 miliardi di euro all’anno, con quasi un milione di addetti e oltre 200 mila aziende, in un contesto geo-economico in crescita. Per il “sistema paese”, espressione oggi molto in voga, il ruolo del mare risulta determinante per la prosperità e la sicurezza nazionale. Le vie di comunicazione marittime lungo le quali viaggiano le materie prime importate sono fondamentali per un’economia di trasformazione come quella italiana. Si tratta di un’area molto estesa, densa di opportunità per la nostra realtà commerciale, ma anche di minacce che ne mettono a rischio gli interessi. Purtroppo sotto il profilo logistico e delle attrezzature portuali in genere, noi italiani siamo indietro, anche per le rivalità campanilistiche e per la carenza di coordinamento da parte dello Stato. Dovremmo investire pesantemente nelle infrastrutture perché l’Italia si trova al centro di un mare strategico ed è in posizione più che privilegiata. Peccato che la stragrande maggioranza dei nostri politici, da decenni, non sembra rendersene conto.

Il Mar Mediterraneo diventa ogni giorno più affollato. Considerando il ritorno dei russi, a partire dall’intervento in Siria nel 2015 e le guerre in Ucraina e a Gaza che hanno segnato il rafforzamento della Marina americana, noi ci troviamo al centro della possibile area di scontro fra le potenze già protagoniste della Guerra Fredda. Le basi Usa/Nato sul nostro territorio, quasi tutte collocate in prossimità del mare, testimoniano del modo con il quale, da Washington, si guardi allo Stivale come una insostituibile piattaforma logistica e strategica oltreché crocevia fra Eurasia e Africa, con lo Stretto di Sicilia quale snodo fondamentale. L’occupazione del nostro territorio da parte degli Stati Uniti, che risale al Secondo conflitto Mondiale, oltre alla passività dei nostri politici, limita pesantemente la nostra indipendenza impedendoci di agire seguendo i nostri interessi nazionali. Il governo presunto sovranista di Giorgia Meloni, si è legato mani e piedi all’Algeria, che ha assunto un ruolo chiave per il nostro approvvigionamento energetico e per questo tratta come propri, ampi spazi del Mar di Sardegna, inviandovi i propri sottomarini a battere bandiera. La situazione è delicata ma non si può rimanere passivi permettendo a chiunque di spadroneggiare nelle nostre acque territoriali. Negli ultimi anni, alla nostra frontiera marittima meridionale, in quella che una volta era la Libia ed oggi terra contesa fra milizie e potenze straniere, si sono installate Russia in Cirenaica e Turchia in Tripolitania senza che, da parte nostra, si sia fatto nulla per contrastare l’intromissione di nazioni geograficamente distanti, in una regione che dovrebbe ricadere sotto la nostra sfera di influenza. Proprio la Turchia è attivissima nell’allargare la propria presenza lontana dai propri confini. Abbiamo detto della Libia ma il controllo che esercita Ankara sullo stretto dei Dardanelli, le permette non soltanto di tenere sotto scacco la Russia che, senza il suo permesso non può far transitare le sua flotta dal Mar Nero al Mediterraneo ma anche l’Ucraina le cui esportazioni di grano partono solo ed esclusivamente da Odessa. La Turchia, che da decenni si è istallata a Cipro, rivendica il possesso delle isole greche di fronte alle proprie coste ed in questo disordine generale, potrebbe approfittare di un’occasione favorevole per effettuare un colpo di mano. Ultimo aspetto ma non meno importante: Ankara, tramite società turche, si è infatti assicurata concessioni nei porti di Oslo, Stoccolma, Trieste, Taranto, Malta e Biserta, utili sia per dar sfogo all’economia domestica – la domanda di prodotti turchi è forte nei pae­si dell’Europa centrale a seguito delle ondate migratorie – sia per proiettarsi geo-politicamente nel Mediterraneo centro-occidentale e, grazie al sistema autostradale africano, nell’Africa sub sahariana.

Il Mar Mediterraneo è vitale per la nostra sopravvivenza e l’Italia deve agire per riconquistare il terreno perduto. Un decisivo salto di qualità nel nostro approccio alla geopolitica dovrebbe riguardare l’aggiunta della dimensione subacquea ai cinque campi strategici classici: terra, mare, aria, spazio e ciberspazio. Il lato oscuro del mare, di cui sappiamo quasi nulla, concerne le risorse custodite nei fondali ma soprattutto i cavi Internet sottomarini, attraverso i quali viaggia il 95% dei dati, e le condotte energetiche. L’ambiente subacqueo riveste importanza per tante tematiche strategiche per il Paese: dall’energia alla sicurezza alimentare, passando per la ricerca tecnologica e arrivando sino alla salute e medicina. Quanto siano vulnerabili i bersagli situati nei fondali marini è confermato, dal sabotaggio del gasdotto baltico Nord Stream, Un primo segnale del nostro speciale interesse per questa dimensione e per la costruzione di una strategia nazionale sul tema, è la notizia dell’inaugurazione, nei giorni scorsi a La Spezia, del Polo Nazionale della Subacquea, coordinato dalla Marina Militare, basata sulla cooperazione tra strutture pubbliche e private – ministeri, industrie, tra cui Leonardo e Fincantieri, università ed enti ricerca – per sviluppare sinergie tra le diverse eccellenze nazionali nel settore in materia di sicurezza dell’ambiente sottomarino. La Marina Militare mette a disposizione il Centro di supporto e sperimentazione navale e si giova della vicinanza del “Centre for maritime research”, un organo esecutivo del NATO che si occupa della ricerca nel campo scientifico e tecnologico nel campo della navigazione.

L’istituzione di questo polo sarebbe anche lodevole ma l’elemento imprescindibile, deve riguardare la volontà politica di tutelare con forza gli interessi nazionali per non correre il rischio di essere strangolati. Per questo appare singolare come il governo “sovranista” che sostiene di voler difendere le infrastrutture sottomarine attraverso le quali passano tutte le informazioni, anche quelle riservate, abbia dato parere favorevole alla cessione di TIM al fondo statunitense KKR, cedendo ad una società privata straniera il controllo di un settore strategico come le telecomunicazioni. La difesa dei nostri interessi è una questione sopravvivenza. Senza un’azione decisa, coerente e prolungata nel tempo in questa direzione, siamo destinati a sparire, come nazione e come popolo.

 

 

 

 

 

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