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Medio Oriente: La guerra in Siria – La resistenza islamica palestinese

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Intervista a Salvo Ardizzone, autore del libro “Medio Oriente: La guerra in Siria – La resistenza islamica palestinese” Volume III°, Arianna Editrice, 2024, a cura di Luigi Tedeschi

1) La guerra in Siria si è rivelata un evento epocale nella geopolitica mediorientale e forse mondiale. La guerra nel Siraq ha sancito la sconfitta delle mire espansionistiche degli USA e dei loro alleati, la fine delle primavere arabe e della strategia del caos. L’esito del conflitto siriano potrebbe assumere una valenza simbolica, come la Stalingrado dell’Occidente. Il regime siriano, pur con le sue ataviche gravi carenze, si è dimostrato saldo e compatto nell’intento di preservare la sovranità nazionale. Tuttavia la Siria è oggi un paese occupato in alcune regioni da milizie turche, islamiste, curde e dalle basi americane. Per far fronte alle aggressioni occidentali, la Siria è stata sostenuta da alleati ambigui (la Russia) e dalle milizie dell’Asse della Resistenza, che tuttora presidiano parti del suo territorio. Ci si chiede quindi: come potrà la Siria salvaguardare in futuro la sua integrità territoriale e la sua sovranità nazionale, insediata com’è da occupazioni di amici e nemici?

Hai ragione, la Guerra in Siria, rapidamente debordata in Iraq, è stata la crisi su cui si sono scaricate tutte le faglie della regione, il tentativo – fallito – di fermare la progressione della Dottrina della Resistenza verso il mare da parte di quello che chiamo nel libro il Fronte dell’Oppressione, cui si sono sovrapposte le iniziative di varie altre potenze allo scopo di realizzare interessi propri. Dopo anni di sangue, la minaccia che la Siria fosse smembrata, facendo di ciò che ne rimaneva una fonte di destabilizzazione peggiore della Libia, è stata sventata, ma la crisi non è affatto risolta, è congelata in attesa che le condizioni geopolitiche maturassero, ed è ciò che sta avvenendo.

È vero che, a tutt’oggi, vaste porzioni del territorio siriano siano fuori dal controllo del governo legalmente riconosciuto di Damasco: lungo i confini nord, la Turchia occupa diverse aree con proprie truppe e milizie mercenarie della peggiore specie; nel nord-est, gran parte del governatorato di Idlib è ancora in mano ad Hayat Tharir al-Sham, ovvero la branca siriana di al-Qaeda; oltre l’Eufrate, le YPG e le SDF egemonizzate dai curdi agli ordini degli USA controllano i territori; alla giunzione fra i confini siriani, giordani e iracheni gli americani si sono arbitrariamente impadroniti di un’area di circa 55 chilometri di raggio con al-Tanf al centro, facendone un buco nero dove reclutare terroristi e continuare a tentare la destabilizzazione della Siria.

È altresì vero che in Siria sono presenti i russi, che si sono assicurati la base navale di Tartus (su cui dal 2017, in seguito a un accordo con Damasco, esercitano giurisdizione sovrana) e quella aerea di Hmeimim (oltre ad altre secondarie). Come pure, è fatto che sul territorio siriano siano presenti e operino le forze dell’Asse della Resistenza (consiglieri della Forza Quds iraniana, Hashd al-Shaabi irachene, Fatemiyoun afghani ed Hezbollah). Ma occorre fare una distinzione: se la Russia è in Siria certo sulla base di un accordo con il governo legittimo ma per realizzare gli interessi propri sulla scorta della coincidenza di talune finalità, la Resistenza persegue da sempre una strategia al cui interno la stabilizzazione del paese è parte inscindibile del suo programma. Come lo è – anche questo in assonanza con Damasco – l’irriducibile opposizione a Israele e all’occupazione delle alture del Golan.

Mi chiedi quando e come la Siria potrà riacquistare la piena sovranità su tutto il proprio territorio? Beh, quando le partire regionali troveranno soluzione; le dinamiche in corso dicono che ciò avverrà prima di quanto s’immagini. Oltre l’Eufrate, i curdi si stanno misurando con la crescente insofferenza, virante in scontro aperto, delle popolazioni arabe assoggettate e la stessa presenza degli USA, indisponibili a impegnarsi sul campo, è sempre più precaria, soggetta ad attacchi della Resistenza destinati a crescita esponenziale. Se ne sono già viste le avvisaglie. A Idlib, Al-Julani – l’emiro di Hayat Tharir al-Sham – è in netta difficoltà dinanzi alla volontà turca di “normalizzazione”; è terzo incomodo nelle trattative fra Ankara e Damasco (con l’Asse dietro) ed è in bilico. Non passerà molto prima che quell’enclave imploda.

Quanto alle mire della Turchia, che durante la crisi siriana ha preso a giocare partita propria nella regione, Erdogan è soggetto pragmatico che pesa utili e costi. Nel riassetto in corso nell’area cercherà di realizzare il massimo per sé, ma ha già intuito da che parte gli conviene stare. Ne ha già dato segnale, sfruttando le circostanze per alzare il prezzo con gli USA e Israele, pronto a scaricarli a una loro debacle.

Già, Israele; è l’ultimo – ma primario – tassello da tenere in conto: le alture del Golan occupate nelle guerre del 1967 e 1973, e annesse unilateralmente dall’entità sionista nel 1981, sono per Damasco ferita aperta che solo la riunificazione alla madre patria potrà sanare. E ciò passa per il conflitto in corso nel Medio Oriente, sottolineo, nel Medio Oriente non semplicemente in Palestina. Obiettivo dell’Asse è l’espulsione dell’influenza americana e la definitiva destrutturazione del sistema di potere posto dagli USA sull’area, di cui Israele è pilastro essenziale. Quando ciò avverrà – e ripeto, i fatti dicono che il processo è ormai avviato – verranno meno i presupposti della guerra in Siria, le tessere del mosaico andranno a incastro e i paesi della regione potranno ritrovare la sovranità. È allora che la Siria potrà ritrovare del tutto la sua.

2) Il conflitto nel Siraq ha determinato la riviviscenza della politica di potenza della Russia. Determinante è stato infatti il suo ruolo di sostegno dato alla Siria nella guerra contro il Fronte dell’Oppressione. Ma la Russia si è sempre dimostrata un alleato ambiguo, sia nel suo atteggiamento spesso compiacente nei riguardi della Turchia, a discapito della Siria, che nella coerente volontà di evitare ogni contrasto con Israele, configurandosi la sua politica, nei fatti, come un’azione di contenimento dell’influenza dell’Asse della Resistenza nell’area. La guerra di Gaza ha tuttavia sconvolto tali strategie. La Guerra Grande tra l’Occidente e le potenze emergenti sorta in Ucraina si è estesa al Medio Oriente, ove la Russia è costretta ad effettuare una decisiva scelta di campo poiché la sua politica compiacente verso Israele si è resa impraticabile. Pertanto, la Russia non dovrà effettuare una totale revisione della sua politica mediorientale, perché altrimenti rischierebbe la sua marginalizzazione nell’area?

È bene ribadirlo a scanso d’equivoci: la vicinanza d’antica data del governo di Mosca a quello di Damasco non è stata la ragione del suo intervento in Siria, piuttosto l’occasione perfetta offerta alla Russia per sparigliare i giochi che la vedevano nell’angolo in cui l’Occidente a guida americana l’aveva relegata dopo l’annessione della Crimea. Una decisione dettata da lucida realpolitik nell’interesse russo; nulla da stupirsi, meno che mai da scandalizzarsi. In Siria Mosca è andata certo per garantire l’unica base navale nei “mari caldi” (in realtà, allora un approdo tecnico con un paio di pontili galleggianti) e, soprattutto, per inserirsi in un’area strategica da cui gli USA si stavano allontanando. E con questo acquistare carte pesanti da giocare in altre partite giudicate più rilevanti (per esempio, vedi la successiva nascita dell’OPEC Plus con cui Mosca gestisce di concerto con Riyadh il mercato del greggio). Ma c’è di più.

Certo, andando in Siria la Russia si sarebbe inserita nei giochi di Ankara, con cui fin da allora aveva molte partite aperte, e aveva l’intenzione di regolare i conti con i foreign fighters del Caucaso prima che tornassero per ravvivare un terrorismo di cui aveva già sperimentato le ferite. Tuttavia, laggiù Mosca sapeva di trovare una sponda – tenuta dietro le quinte ma irrinunciabile – in Israele, divenendone la garante dinanzi alla crescita dell’Asse della Resistenza. Una stretta relazione in genere sottaciuta dai commentatori, ma che trova ampia spiegazione nella rilevanza della componente ashkenazita nella politica e nell’economia russa, come pure nella società israeliana: il russo è la terza lingua di Israele che, su 9,3 milioni di abitanti compresi circa due milioni di arabi, conta 1,5 milioni di nativi russofoni; una corposa minoranza che esprime Israel Beitenu, un partito di destra radicale guidato da Avigdor Liebermann, formato da immigrati russi e che conta molto nella scena politica israeliana; e ancora, sono decine e decine di migliaia i cittadini russi assai influenti – e denarosi – che soggiornano in Israele, possibilmente con doppia cittadinanza.

Venendo ai giorni nostri, e ai possibili sviluppi futuri, ritengo improbabile che Mosca pensi di cambiare radicalmente postura, revisionando radicalmente la sua politica malgrado i mutamenti imposti dalla guerra Occidente vs Sud Globale. È inverosimile che Mosca pensi di rompere con la Turchia, malgrado la concorrenza che essa le fa in molti ambiti: troppi gli interessi economici (Ankara è snodo energetico per le esportazioni russe e ponte per le triangolazioni che aggirano le sanzioni) e strategici (impensabile che metta a rischio il suo sbocco dal Mar Nero e diversi altri dossier nel Caucaso e nell’Asia Centrale) perché possa pensare a una rottura. E, visti i presupposti, lo è altrettanto che rompa drasticamente con Israele.

Badando ai suoi interessi e alle relazioni con il Sud Globale nell’ambito della Guerra Grande, potrà anche reagire rudemente a quanto avviene in Medio Oriente. Vedasi l’inedito comportamento dell’Ambasciatore russo che ha abbandonato il Consiglio di Sicurezza nel momento in cui prendeva la parola il rappresentante israeliano, o la disapprovazione espressa per l’attacco al Consolato iraniano a Damasco e l’approvazione della successiva reazione iraniana. Ma non credo che la Russia farà una netta scelta di campo, non ne ha interesse; proprio perché impegnata in una lotta esistenziale non è ipotizzabile che si schieri apertamente contro l’Iran o la Turchia, né concretamente contro Israele. E allora?

La lotta esistenziale in cui è impegnata ha modificato le linee rosse della Russia, rendendole comunque più sensibili, tuttavia, è del tutto probabile che, se non costretta, al dunque Mosca si astenga, lasciando che le dinamiche seguano il loro corso. In altre parole, nel quadro generale che sta mutando, sarà meno permissivo verso Israele e se esso dovesse alla fine subire l’attacco concentrico della Resistenza, beh, non credo proprio scenderebbe in campo al suo fianco, offrirebbe semmai mediazione. Idem nel caso di un ipotetico confronto fra Ankara e Teheran.

3) Il conflitto di Gaza costituisce una fase di non ritorno nella geopolitica mediorientale. E questo vale soprattutto per la Turchia. La spregiudicata diplomazia di Erdogan, delle subitanee alleanze e repentine conflittualità con tutti e contro tutti potrebbe venir meno. La Turchia nel dopo Gaza dovrà riposizionarsi: gli accordi con Israele per lo sfruttamento dei giacimenti di gas nel Mediterraneo orientale sono divenuti inattuabili. La Turchia ha potuto praticare una politica di potenza in virtù dei finanziamenti del Qatar e del fatto che i suoi disegni espansionistici fossero compatibili (o almeno non in contrasto) con le strategie della Nato. Nel conflitto nel Siraq gli USA hanno sostenuto i curdi a discapito di Erdogan e, con l’affermazione dell’Asse della Resistenza, si è accresciuta l’influenza iraniana nel Medio Oriente allargato, in contrasto con le mire espansionistiche turche nel Kurdistan e nell’area del Mar Caspio. La guerra israelo – palestinese determinerà dunque la fine delle ambizioni imperiali neo – ottomane della Turchia? Quale nuovo ruolo geopolitico potrebbe assumere la Turchia in Medio Oriente?

È vero, il 7 Ottobre è stato uno spartiacque fra un prima e un dopo, ma occorre focalizzare l’ambito del mutamento: con Al Aqsa Flood è stato posto sotto attacco quanto resta del sistema di dominio americano nell’area e, ovviamente, il suo irrinunciabile pilastro israeliano. Ciò detto, è altrettanto vero che Erdogan ha impresso alla Turchia una multivettoriale dinamica imperiale che sfrutta le opportunità offerte dalla situazione.

Ankara si è proiettata nei Balcani, nel Caucaso, nell’Asia Centrale e, via mare, con la Dottrina della “Mavi Vatan” (la “Patria Blu” teorizzata dall’Ammiraglio Gurdeniz) verso l’Africa, in Libia, in Somalia e più in là, verso l’Oceano Indiano. Vi è stato e vi è inoltre il tentativo di espandere la Turchia fino a una linea che da Aleppo giunge fino a Mosul, cozzando con l’integrità di Siria e Iraq e dunque con la proiezione della Rivoluzione Islamica in quelle terre. Infine, per controllare le risorse del Mediterraneo Orientale (area straordinariamente ricca di gas), e avere una sponda nelle mire sulla regione, ha puntato pesantemente su una partnership con Israele.

Allora, i rivolgimenti successivi al 7 Ottobre sono pietra tombale sulle aspirazioni neo-imperiali di Ankara? A mio parere no. Per interpretare i tempi nuovi scanditi da un pluripolarismo che vede mergere gli Stati-Civiltà, dobbiamo disfarci della visione tipicamente occidentale di un mondo suddiviso in blocchi. Nettamente partito fra Bianco e Nero, fra amici e nemici. Fuor d’Occidente non funziona così, meno che mai oggi. A meno di conflitti fra avversari esistenziali.

Nel persistente balbettio europeo, la via dei Balcani si è ormai spalancata per la Turchia, come quella africana, in coabitazione con assai maggiore presenza russa ed esponenziale influenza cinese. Nel Caucaso e in Asia Centrale è congiunto interesse russo-turco di trovare accomodamento piuttosto che conflitto; a restare problematici sono il Siraq e i rapporti con Israele. Allo stato è impossibile aperta liason di Ankara con gli israeliani mentre le bombe cadono su Gaza: le recenti elezioni amministrative hanno dimostrato che l’elettorato turco reclama durezza ed Erdogan s’è visto costretto prima ad alzare il tono della voce (fumo) e poi a troncare i lucrosi traffici commerciali (per lui dolorosa sostanza) almeno finché dura la guerra, pena drastica caduta del consenso interno e del soft-power che Ankara cerca di costruirsi nel mondo islamico. Nel futuro chissà, il Presidente turco ci ha abituati a inedite piroette.

I fatti dicono che oggi Israele è in netto indebolimento, a concreto rischio d’implosione, e gli USA in ritirata dalla regione. Il neo-sultano tratterà con Washington e terrà sulla corda Tel Aviv alzando e abbassando i toni secondo convenienza, badando a non rischiare secondo bilancio benefici/costi. Idem nel Siraq, dove i curdi sono destinati a sacrificio: il Rojava siriano è già in avanzato sgretolamento via scontri interni alle SDF fra elementi arabi e curdi, con gli americani esasperati spettatori; il Kurdistan iracheno è polveriera, con il Clan Barzani incrostato a Erbil che tresca con americani, israeliani e turchi ma avvicina resa dei conti con Iran e Hashd al-Shaabi irachene (che hanno piena collaborazione del Clan Talabani di Sulaymaniyah, pronto a ennesima lotta intestina). Inevitabile disastroso epilogo per chi si è venduto a tutti.

Che in questo contesto Erdogan provi a presentarsi neo-sultano in Africa, protettore dei musulmani nei Balcani e dei palestinesi a Gaza, restauratore della sicurezza interna turca grazie allo scapo curdo (che tutti, in fin dei conti anche gli americani, saranno disposti a concedergli), e nel frattempo cerchi nuove sponde (e partner) per lo sfruttamento delle risorse mediterranee è del tutto possibile. Fino a che punto ci riesca è altro discorso (l’insuccesso alle amministrative segnala allarme). Legato agli equilibri che usciranno dalla guerra in corso, che lui proverà a sfruttare in ogni modo.

4) E’ assai improbabile una vittoria di Israele in questo conflitto, così come un ritorno allo status quo ante guerra della configurazione geopolitica del Medio Oriente. Nonostante il genocidio in atto a Gaza, Israele non riuscirà a sradicare Hamas. Israele inoltre non è più il “cane pazzo” prefigurato da Dayan, riguardo alla sua deterrenza militare. Il dopo Gaza è per certi aspetti del tutto prevedibile. Israele sarà un paese dilaniato da conflittualità interne insanabili, in perenne economia di guerra, isolato nell’area, coinvolto in uno stato di guerra permanente ai suoi confini, a sud con lo Yemen e a nord alle frontiere del Libano e della Siria. Lo Stato ebraico non potrebbe alla lunga deflagrare, data la sua sovraesposizione in conflitti latenti e/o aperti che non sarebbe in grado di sostenere? Potrà sempre contare sul sostegno incondizionato degli USA, che non vogliono essere più coinvolti direttamente nei conflitti mediorientali, dato che la loro priorità strategica è costituita dal contenimento della Cina nel Pacifico?

A prescindere da ciò che si narra in Occidente, Israele è già sconfitto perché il successo o l’insuccesso si misurano in funzione degli obiettivi posti nel conflitto, che ha mancato clamorosamente. In Medio Oriente la percezione della sua deterrenza è a pezzi, lo era dopo il 7 Ottobre, lo è ancor di più dopo sette mesi d’inutile guerra con un francobollo di 365 km quadrati che non riesce a controllare. L’aver poi indicato come meta della vittoria la distruzione di Hamas, soggetto politico radicato fra i popoli mediorientali e parte integrante della Resistenza Islamica, manifesta la mancata percezione della realtà. È ridicolo pensare di uccidere le idee, meno che mai quando hanno condivisione così ampia.

Partito a testa bassa senza una strategia che non sia la forza (per lui consueto), oggi Israele non sa come uscirne: Tsahal si sta logorando a Gaza, subendo perdite molto, ma molto superiori a quanto ammetta; malgrado azione spossante, fatica a controllare il West Bank; è esposto a nord, dove Hezbollah ha creato di fatto una zona cuscinetto in cui la Resistenza colpisce a piacimento (leggere la stessa stampa israeliana per averne conferma). Non ha uomini abbastanza per uno scontro così prolungato (sono i vertici delle IDF ad affermarlo): i riservisti non possono essere mantenuti in servizio più a lungo e l’Esercito permanente ha bisogno di riposo. E infatti, da più d’un mese si è ritirato da Gaza, limitandosi a presidiare il Corridoio Netzarim, a sud di Gaza City, dove è sotto continuo attacco, mentre la Resistenza è tornata a controllare militarmente ed amministrativamente tutta la Striscia e continua i lanci di missili.

È situazione del tutto inedita perché inedite sono le caratteristiche del conflitto. Che s’è aggravata dopo le vicende fra l’1 aprile (attacco al Consolato iraniano a Damasco) e la notte fra il 13 e il 14 (la risposta di Teheran). Per la prima volta Israele ha scoperto d’essere vulnerabile a un attacco peraltro preannunciato, di non essere in grado di fronteggiare autonomamente le minacce e che l’aiuto USA non è più automatico e del tutto incondizionato. Autentico trauma per la leadership israeliana.

Né l’economia va meglio: interi comparti sono paralizzati (in agricoltura ed edilizia erano i palestinesi a lavorarvi, nell’hi-tech i riservisti) e rincari di noli e trasporti delle merci causa blocco del Mar Rosso gravano su un paese che ha vaste aree ridotte a un deserto per gli sfollamenti interni; del turismo inutile parlare.

Anche l’Hasbara non funziona più, dopo sette mesi di massacri la narrazione di Israele non è mai stata più in crisi nel mondo; perfino in Occidente si levano voci critiche. Intendiamoci: gli USA non lo abbandoneranno mai, ma il prezzo che stanno pagando si sta rivelando politicamente insopportabile. Per questo hanno pensato di sbarazzarsi di Netanyahu scaricando su di lui il peso del disastro, inedita prospettiva di regime-change in terra di Palestina. Ma col passare del tempo si sono resi conto che qualsiasi sostituto – Benny Gantz, Gadi Eisenkot o altri – non modificherebbe la sostanza della situazione. Di più! Hanno compreso che Israele rischia di frantumarsi fra le loro mani, per cui Biden è costretto a continuare un sostegno che vulnera l’immagine e il potere USA.

“Bibi” è ossessionato dalla prospettiva di un mandato di cattura internazionale della CPI, debacle politica e avvisaglia di altri futuri mandati per i suoi processi. Sua speranza era indurre a intervento diretto gli USA, che se ne sono guardati bene all’inizio, più che mai oggi nel deteriorato clima attuale: con energie calanti hanno testa e interessi vitali altrove. È per questo che l’azione dell’Asse della Resistenza nel suo complesso è calibrata attentamente all’obiettivo: cuocere a fuoco lento Israele.

Dinanzi al pericolo esiziale per la sua sopravvivenza, Netanyahu rimane avvinghiato ai nazional-religiosi più estremisti (ma attenzione: è l’intera società israeliana che approva una “punizione collettiva” devastante per i palestinesi, semmai in discussione è il come). Sua ultima carta è entrare a Rafah, fare un massacro e tirarsi fuori gridando “missione compiuta”. Eventualità che Washington aborre per il prezzo politico enorme che pagherebbe dinanzi al mondo intero (e che per Biden implicherebbe sconfitta certa alle presidenziali) e perché sa bene che sarebbe un macello del tutto inutile: come detto, la Resistenza è oggi pienamente operativa in tutta la Striscia, da Gaza City a Khan Yunis e in ogni dove, e l’ingresso a Rafah non modificherebbe d’un pollice la situazione.

Sui media si discute molto di progetti israeliani e americani per il dopo guerra, i primi tendenti a svuotare Gaza, i secondi ad affidarne la gestione a improbabili coalizioni arabe con un ANP sempre più evanescente. Peccato che tutto questo abbia per presupposto la totale sconfitta della Resistenza e il suo sradicamento da Gaza. Con buona pace di quanti s’ostinano su progetti scollegati dalla realtà, il campo racconta situazione opposta. Non si riesce/vuole comprendere che i palestinesi stanno vedendo per la prima volta concreta possibilità d’affrancamento e non permetteranno ad altri di decidere per loro. Oggi, per essi vale più che mai il detto: “Se non ora quando?”

Mi chiedi se Israele possa deflagrare, io sostengo da tempo che è destinato a implodere. Nel libro ho dedicato diverse pagine a esaminare le sue insanabili fratture interne che la guerra ha esacerbato: non era mai accaduto che durante un conflitto la società israeliana fosse divisa, critica verso il proprio governo con cui – semmai – era aduso a regolare i conti dopo, come nel 1973 e nel 2006. Oggi la questione degli ostaggi – la cui dimensione è difficilmente comprensibile in Occidente – sta lacerando il paese e le crescenti difficoltà stanno portando i nodi al pettine. Per tutti citiamo l’esenzione dal servizio militare degli haredim (gli ultraortodossi lautamente sovvenzionati dal governo), oggi divenuta dirompente. Per i due terzi della popolazione che sostiene l’intero peso della guerra[1] le parole del rabbino capo Ytzhak Yosef, che ha esortato gli haredim a espatriare piuttosto che essere arruolati, sono state uno schiaffo.

Israele è l’ultimo paese coloniale al mondo. È fenomeno antistorico, tale percepito fuor d’Occidente. E lo è doppiamente in tempi di radicale mutamento egemonico come quelli in corso. A ciò s’aggiungono le insanabili contraddizioni al suo interno che ne spezzano la Geocultura, indispensabile strumento d’unità e proiezione. Con la crisi profonda del suo protettore – l’Occidente – e l’affermazione del suo irriducibile avversario – la Resistenza Islamica – è francamente difficile non pronosticarne prossimo collasso.

5) Nella guerra nel Siraq e ancor più nell’attuale conflitto israelo – palestinese, l’Asse della Resistenza ha assunto un ruolo di protagonista nell’area. La Resistenza non è uno schieramento ideologico unitario, ma è il connubio di un pluriverso etnico, politico, religioso, una sintesi complessiva di interessi e obiettivi convergenti tra i popoli dell’area. Essa conduce una guerra di liberazione anticoloniale contro Israele e gli USA nel contesto della Guerra Grande. Questa guerra non sancisce di fatto la fine dei modelli statuali ereditati dalle spartizioni coloniali effettuate dalle potenze occidentali nello scorso secolo? Sulle ceneri dell’egemonia occidentale in via di estinzione, non vengono alla luce infatti patrie culturali, spirituali, religiose trasversali, quali entità sovranazionali che travalicano gli stati? L’attuale Medio Oriente non si configura dunque come un laboratorio geopolitico del nuovo mondo multipolare ancora in gestazione, da cui stanno emergendo gli Stati – Civiltà integrati nell’organizzazione dei BRICS? Sta quindi venendo alla luce un nuovo modello politico – istituzionale replicabile nei contesti geopolitici mondiali più diversi?

La guerra che l’Asse della Resistenza conduce da molti anni contro USA e Israele è certamente anticoloniale e ha trovato accelerazione nei tempi della Guerra Grande, perché stanno venendo meno i presupposti dell’antico assoggettamento dell’area. Ciò è determinato primariamente dal lungo periodo di maturazione della Resistenza, cui ha corrisposto uno speculare indebolimento dell’Egemonismo americano e del regime sionista.

È importante sottolineare che la Resistenza non è replicazione d’un modello unico ma, piuttosto, un organismo articolato: nell’ambito del medesimo orizzonte valoriale essa si declina diversamente in funzione dei contesti culturali, sociali, storici ed economici e si modula coerentemente alle varie sensibilità. È un modo d’interpretare la realtà e progettare il futuro in base a un unico dasein, un comune modo di stare nel mondo. In tal senso, i confini statuali non sono barriere: le idee li oltrepassano incarnandosi nelle società che le accolgono e le fanno proprie. Ma attenzione.

Nell’ottica dell’Asse della Resistenza i confini statuali non sono superati perché le differenze permangono e devono permanere, per cui essi non saranno toccati. La destrutturazione degli stati esistenti in Medio Oriente era l’obiettivo delle sciagurate Dottrine Bernard Lewis e Odet Yinon: enfatizzare ogni faglia esistente, crearne a tavolino di nuove, serviva a realizzare un grande caos che frantumasse le società esistenti per meglio dominarle.

Al contrario, l’Asse intende armonizzare senza omologare, preservando le differenze, realizzando “Società della Resistenza” in ogni nazione; è questa consonanza politica, culturale e a livello superiore – coerente all’area – spirituale a unificare un quadrante, non l’abolizione dei confini. È una dottrina di liberazione da Globalismo, Universalismo e Imperialismo declinata in maniera diversa ma coerente. È questo l’inedito laboratorio geopolitico in atto in Medio Oriente, del tutto originale ma che ha superato ormai la gestazione per affermarsi come realtà.

Tu parli degli Stati-Civiltà, certo, lo è l’Iran, anzi, ne è esempio paradigmatico. Ecco, il nuovo Medio Oriente che sta sorgendo da tanti anni di lotte sanguinose sarà un Grossraum per come inteso da Carl Schmitt. Ne ha le caratteristiche. E vista la spiccata connotazione culturale ha per suo baricentro uno Stato-Civiltà, l’Iran appunto. Come ulteriore notazione, eviterei invece l’eccessiva enfatizzazione che oggi si fa dei BRICS, quasi fossero soggetto politico in sé. Essi sono piuttosto un contesto, un’area in cui i protagonisti del Sud Globale possono intrecciare relazioni fuor da sudditanze, ambito di comune realizzazione reciprocamente proficua.

Quanto alla possibilità di replicazione di un “modello mediorientale” in altri contesti non credo. Gli Stati-Civiltà e gli ampi spazi che li contornano si caratterizzano per la specificità: sono irripetibili in quanto hanno caratteristiche uniche, le proprie, coerenti al proprio dasein. Semmai è replicabile la dinamica di fondo: l’emersione degli Stati-Civiltà ove ne esistano le condizioni. Fenomeno affascinante cui ho dedicato precedente saggio.

6) L’unipolarismo americano ha imposto un dogmatismo ideologico neoliberale che ha precluso a tutti i popoli occidentali la comprensione del pluriverso geopolitico – culturale del mondo. Non comprendiamo più le identità diversificate degli altri popoli, la loro storia, la loro evoluzione. Pertanto occorre chiedersi: in cosa consiste oggi l’identità palestinese? Identità unitaria, ma certo declinata al plurale, come tutti i popoli mediorientali. I palestinesi odierni non sono certo più identificabili con il popolo della “Nakba”, né con le ideologie laiche dell’OLP e del socialismo arabo. La politica di pulizia etnica perseguita da Israele per 70 anni, ha trasformato profondamente l’identità di un popolo soggetto periodicamente a guerre di sterminio ed espropriato delle sue terre, ma che ha sempre preservato con la sua strenua resistenza i propri valori patriottici e spirituali unificanti. Quali sono quindi i tratti identitari unitari dell’attuale popolo palestinese?

È vero, l’uso di categorie politiche o culturali occidentali vieta la possibilità di approcciare realtà altre, semplicemente ne rende impossibile la comprensione. In realtà lo è sempre stato a causa dell’atteggiamento di supposta superiorità su cui il colonialismo basava la sua “legittimazione” (vedi le tante opere con cui Edward Said ha denunciato tale postura, “Orientalismo” su tutte). Lo è più che mai adesso, quando la Guerra Cognitiva dell’Occidente è spinta al massimo per tentare di frenare l’inevitabile declino. La comprensione di popoli e culture diverse diviene possibile se li si prende per quelli che sono, rinunciando a inquadrarli in schemi per essi alieni. Anzi, sempre più estranei perché, se in periodo coloniale e in tempi di Unipolarismo imperante quelle categorie erano imposte in vario modo, oggi riemergono le diverse dimensioni culturali, sociali, politiche e spirituali di quelle popolazioni.

Tornando alle domande che mi hai fatto, come provo a spiegare nel libro, il succo è che i primi gruppi della Resistenza palestinese erano figli di ideologie estranee al popolo palestinese e al contesto in cui si sono sviluppati. E non è un caso che, per assonanza, abbiano riscosso tanto consenso in vasta parte dell’Occidente che li riconosceva a sé vicini. Erano realtà staccate dal sentire profondo di quella gente, se non per una iniziale certa opposizione a Israele (e anche questa, come le vicende storiche insegnano, in crescente parte strumentale a interessi altri). Per questo, quei gruppi hanno finito per fallire clamorosamente. Tutti. Emblematica è la deriva di Fatah, da formazione di lotta a corrotta congrega di potere che, come l’OLP e l’ANP, ha fatto della causa palestinese un business.

È stata una pletora di capi e capetti che ha finito per ingrassarsi sulle disgrazie del popolo che sosteneva di rappresentare; figure meschine innalzate a icone dalla stampa mainstream perché del tutto innocue, anzi, funzionali all’occupazione israeliana di cui, con l’ANP, si sono fatte zelanti collaboratrici e delatrici. L’esempio di Arafat è paradigmatico: in auge in Occidente e scelto come interlocutore da Israele perché utile a esso ma, insieme alla sua cerchia di potere, era sulla disperazione dei palestinesi che si reggeva grazie a corruzione, clientele e la violenza dei propri apparati.

Nei diversi colloqui avuti con esponenti di cultura e politica palestinesi, mi è stato spiegato più e più volte che oggi laggiù ci si è resi conto che un’intera generazione di leader ha condotto alla rovina la Palestina e lucrato sulla sua sventura. Personaggi come Mohammed Dahlan, oggi in dorato esilio a Dubai, sono l’emblema di un ambiente di cui la gente non vuol più sentir parlare. Convinzione talmente radicata che lo stesso Marwan Barghouti, malgrado soggetto di caratura diametralmente opposta, è assai difficile che possa rivestire futuro ruolo concreto in Palestina (ammesso e per nulla concesso che Israele lo lasci uscire vivo dal carcere) in quanto appartenente a una generazione del tutto screditata – e superata – agli occhi degli attuali militanti formatisi nella lotta contro l’occupazione.

Tutti i miei interlocutori hanno confermato che si è formata una nuova leva di leader sorta dal basso e legittimata dalla militanza, che nella Resistenza Islamica – naturalmente declinata coerentemente alle varie sensibilità; come detto, sua caratteristica è non essere dogmatica ma piuttosto aderire a una visione del mondo – ha trovato la via per la liberazione della Palestina. Una via che, piaccia o no, sia riconosciuta o meno dai tanti orfani della coreografica kefiah di Arafat in terre d’Occidente, è oggi abbracciata in modo nettamente preponderante dai palestinesi, a Gaza come nel West Bank, nei campi profughi libanesi come in quelli giordani e altrove. E basta guardare ai tanti sondaggi condotti con crescente inquietudine anche da società occidentali e israeliane per rendersene conto.

[1] A essere esentati dal servizio militare sono per privilegio gli haredim, che costituiscono il 12/13% della popolazione israeliana, e per espressa discriminazione gli arabi israeliani, circa il 21%.

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