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Bundesbank: incombe l’ombra del default

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Ecco gli effetti dell’alluvione di liquidità, mistificata con altri nomi, tutti rigorosamente inglesi: (“quantitative easing”“whatever it takes”):  1) Il debito globale ormai ha superato ampiamente il triplo del “PIL” mondiale; 2) La fiammata inflazionistica dei prezzi dei beni reali, innescata dall’eccesso di liquidità monetaria, ed il gonfiarsi di una bolla delle quotazioni di Borsa; 3) la recessione che già avanza, a seguito dell’aumento dei tassi deciso ora dalle Banche Centrali; 4) le Banche Centrali, in particolare la Bundesbank, che hanno “in pancia” perdite di migliaia di miliardi, che in gran parte, non registrano nei loro bilanci ufficiali, rischiano il default.   

 

Ma davvero la Bundesbank, cioè la Banca Centrale della Germania, schiacciata dalle perdite di bilancio, rischia di bruciare capitale e riserve, e dovrà tra qualche anno essere ricapitalizzata dallo Stato? Ed è vero che, piegata da una recessione che evoca ormai lo spettro della deindustrializzazione, l’economia tedesca rischia un crollo che spazzerà via anche gli attuali equilibri politici della Germania, generando uno “tsunami” che investirà l’intera Europa?

Sembrano, questi, scenari di fantapolitica, eppure molti segnali convergenti paiono indicare che essi sono tutt’altro che infondati. Cominciamo dunque a cercare di far chiarezza sulla prima ipotesi: quella secondo cui la Banca Centrale tedesca, dopo aver bruciato capitale e riserve, debba essere ricapitalizzata e salvata dallo Stato.

A lanciare l’allarme ed a prospettare questo futuro cupo e sconcertante non è stato uno dei vari giornali molto sensazionalistici e poco credibili, bensì il Bundesrechnungshof, cioè l’equivalente della nostra Corte dei Conti, vale a dire l’istituzione tedesca più attendibile in materia di Conti pubblici. E quello della Bundesbank non sarebbe un caso isolato: quasi tutte le Banche Centrali dell’Occidente, quale più quale meno si trovano in una situazione simile.

Ma come è potuto avvenire che le Banche Centrali (e con esse anche le grandi banche private d’investimento) stiano ora accumulando perdite di centinaia, o addirittura migliaia di miliardi di dollari o di euro, che si prevede debbano continuare ed aumentare nei prossimi anni?

Una crisi che vien da lontano: la stampa “ad libitum” di cartamoneta

Per cercare di rispondere a questa domanda bisogna spostare l’analisi molto addietro, fino agli anni sessanta del secolo scorso, a quello che Jacques Rueff, il grande economista francese consigliere di De Gaulle,  chiamò “Il peccato dell’Occidente”, cioè la stampa da parte degli Stati Uniti di quantità crescenti di dollari senza più copertura aurea, per finanziare la guerra del Vietnam, la rincorsa spaziale dietro la Russia che aveva già lanciato in orbita lo Sputnik, ma anche i consumi degli americani, al disopra delle loro reali possibilità. E la stampa senza freni di dollari carta, cioè della valuta cardine del sistema monetario internazionale di allora, ne minava inesorabilmente la base, oltreché diffondere una costante febbriciattola inflazionistica a tutto il sistema economico dell’Occidente.

Come è andata a finire è noto: il 15 agosto del 1971 il presidente degli Stati Uniti Richard Nixon dichiarò al mondo che il dollaro non era più convertibile in oro, e cadeva così il pilastro su cui si basava il sistema monetario internazionale fissato a Bretton Woods dai Paesi vincitori della seconda guerra mondiale. Cadde il sistema di Bretton Woods, ma non l’egemonia del dollaro, perché di fatto gli Stati Uniti al posto dell’oro misero sulla bilancia la spada, cioè il fatto che tutto l’Occidente, per la sua difesa, dipendeva dagli Stati Uniti. E la spada, da che mondo è mondo, pesa più dell’oro. E così la Federal Reserve, presto imitata da tutte le altre Banche Centrali, continuò ad emettere carta moneta senza più alcuna copertura aurea e senza più rapporto con beni reali con i conti con l’estero. Una alluvione di carta-moneta che ha gonfiato una continua inflazione mondiale e bolle speculative globali; che ha alimentato il sorgere di un’economia finanziaria prevalente e spesso predatoria nei confronti dell’economia reale ed ha generato da allora crisi intermittenti che rischiano di far esplodere il sistema finanziario occidentale. Ultimo episodio: la crisi dei “mutui subprime” nel 2008, i cui strascichi durano ancora.

Ma la crisi del mondo non si guarisce annegandola nella cartamoneta

“La crisi del mondo non si guarisce annegandola nella carta torchiata. Sarebbe troppo facile.” Così scriveva Mussolini sul Popolo d’Italia il 12 maggio 1932. La “crisi del mondo” era allora quella del 1929, scoppiata negli Stati Uniti col crollo della Borsa di Wall Street; un terremoto che si era immediatamente esteso a tutto l’Occidente. Quel giudizio di Mussolini esprimeva in realtà una opinione condivisa allora dai governatori di tutte le Banche Centrali. La stampa eccessiva di cartamoneta era vista con orrore, considerata il “peccato mortale” di una Banca dì emissione, una droga illusoria, che inesorabilmente generava poi inflazione.

Oggi i governi e le Banche Centrali hanno dovuto affrontare un’altra “crisi del mondo”: quella iniziata strisciante nel 1971, continuata nel decennio degli anni ’70 con l’esplosione dei prezzi petroliferi (nata per ragioni monetarie, cioè per sostenere e giustificare la stampa sfrenata di dollari carta) ed infine, dopo sussulti, bolle finanziarie intermittenti (delle “tigri asiatiche”, dei titoli tecnologici, del mercato immobiliare, ecc.) deflagrata nel 2008. Ma  – ecco il punto – come hanno affrontato i governi e le Banche Centrali questa “crisi del mondo” che perdura, e minaccia di esplodere in misura devastante? Tentando di “annegare la crisi nella carta torchiata”. L’alluvione di liquidità è stata agghindata e mistificata con altri nomi, tutti rigorosamente inglesi: (“quantitative easing“whatever it takes”, per dirla con le parole di Draghi, allora presidente della Banca Centrale Europea; “Pandemic Emergency Purchase Program (PEPP), per contrastare gli effetti recessivi della cosiddetta “pandemia” da Covid), ma sempre di iniezioni monetarie create dal nulla, senza copertura alcuna si trattava. Ed inoltre tassi poco al disopra dello zero, e tassi addirittura negativi per i depositi delle banche presso le Banche Centrali, in modo da dirigere la liquidità verso gli impieghi e incentivare inoltre l’indebitamento, nel tentativo di tonificare l’economia reale.

Ed ora i nodi vengono al pettine. Perché con questa cura illusoria, invece di superare la “crisi economica del mondo” si sono generati tre ulteriori problemi, forieri di nuove gravi crisi. Il primo è il dilagare ulteriore del debito di Stati, imprese, famiglie, incentivato dai tassi irrisori; debito globale che ormai ha superato ampiamente il triplo del “PIL” mondiale. Il secondo è la fiammata inflazionistica dei prezzi dei beni reali, innescata dall’eccesso di liquidità monetaria, ed il gonfiarsi di una bolla delle quotazioni di Borsa, cui è affluita buona parte della liquidità in eccesso. Il terzo è la recessione che già avanza, a seguito dell’aumento dei tassi deciso ora dalle Banche Centrali per tentare di spegnere le fiamme dell’inflazione, e l’insostenibilità dei debiti aggravati da tassi più alti. Risultato: il mondo sta ora scivolando verso una “recessinflazione” cioè una recessione che avanza accanto ad un’inflazione dura a spegnersi. E l’impatto sociale di questo mostro bicefalo è drammatico.

Ma c’è un quarto problema che ora emerge, che nessuno prevedeva e di cui quasi nessuno ancora parla: a rischiare di collassare non sono solo le famiglie o le imprese indebitate: le stesse Banche Centrali dell’Occidente, e le grandi banche d’affari internazionali nei lunghi anni passati all’insegna di “quantitative easing”, cioè di alluvione di liquidità monetaria, si sono imbottite di titoli di debito sia di Stato che di imprese. Quei titoli erano emessi a tassi bassissimi, poco al disopra dello zero. Ed ora che le Banche Centrali hanno dovuto aumentare i tassi, per cercar di frenare l’inflazione, il loro valore si è fortemente ridotto. E così le Banche Centrali, in particolare la Bundesbank, ma anche le grandi banche d’investimento private hanno “in pancia” perdite di migliaia di miliardi, che in gran parte, come vedremo, non registrano nei loro bilanci ufficiali. Il loro squilibrio ha origine da un lato dall’aumento dei tassi, ma dall’altro – ed è questa la contestazione avanzata dalla Corte dei Conti tedesca –  dalla politica monetaria ultraespansiva adottata negli anni passati. Politica, peraltro, che sull’esempio della Federal Reserve è stata adottata da tutte le Banche Centrali.

Le cifre del dissesto

Dopo il “report” allarmato del Bundesrechnungshoft, uno studio dell’OCPI (Osservatorio Conti Pubblici Italiani) dell’Università Cattolica di Milano, con l’ausilio di alcuni esponenti della Banca d’Italia, ha cercato di approfondire l’argomento, estendendo l’analisi (consultabile anche in rete) alla BCE, alla Federal Reserve, ed alle altre maggiori Banche Centrali dell’eurozona.

Sulla scorta dunque del “report” dell’Istituzione tedesca e dello studio dell’OCPI, vediamo quali sono le cifre del dissesto, cominciando dalla Federal Reserve, cioè la Banca Centrale degli Stati Uniti, che è il “direttore d’orchestra” delle politiche monetarie di tutto l’Occidente. C’è da fare però una premessa “tecnica”. Abbiamo già accennato al fatto che negli anni di “quantitative easing” le Banche Centrali hanno enormemente dilatato il loro attivo, gonfiandolo per migliaia di miliardi di dollari o di euro, con l’acquisto di titoli sia pubblici che privati, immettendo così liquidità nel sistema, e che il valore di quei titoli, dal rendimento minimo, si è fortemente ridotto, ora che i tassi sono rialzati. Ma – ecco il punto – quelle perdite implicite non sono iscritte in bilancio nel presupposto che quei titoli verranno messi all’incasso solo alla loro scadenza, quando il rimborso sarà quello nominale, e non più quello “mark to market”, cioè al valore di mercato. Intanto i titoli vengono contabilizzati come perdite “non realizzate”, come fossero soltanto perdite teoriche, e quindi da non computare nel conto economico.

Le perdite dunque contabilizzate in conto economico, che stanno fortemente appesantendo i bilanci delle Banche Centrali e delle grandi Banche, non derivano dalla svalutazione dei titoli in portafoglio, ancora non contabilizzata, ma dal divario che si è venuto a creare fra il rendimento annuale di quei titoli ed i tassi invece che le Banche Centrali ora devono pagare per il “funding”, cioè la raccolta di mezzi finanziari. Abbiamo visto che in passato i tassi sulla raccolta arrivava ad essere addirittura negativo, perché la politica monetaria era volta a far affluire la liquidità al sistema economico ed a dissuadere i depositi alla Banca Centrale, ma ora la politica monetaria ha invertito obbiettivo: deve soprattutto combattere l’inflazione, e quindi drenare liquidità dal sistema economico, e per invogliare le banche commerciali a depositare liquidità nella Banca Centrale, i tassi sui depositi hanno dovuto essere alzati nettamente.

La FED: quasi 1.000 miliardi di minusvalenze

E vediamo infine in che misura l’assieme di queste politiche monetarie stia disastrando i conti delle Banche Centrali.

Per quanto riguarda la Federal Reserve, essa aveva gonfiato il suo attivo (cioè l’ammontare dei titoli “in pancia”) sino all’importo “monstre” di 8.500 miliardi di dollari alla data di marzo 2022, sceso a 8.100 miliardi alla fine del primo trimestre 2023. Ebbene, il valore di mercato di quegli 8.100 miliardi di dollari di titoli ancora “in pancia”, era stimato, al primo semestre di quest’anno, in 7.200 miliardi. Dunque: la perdita è di 900 miliardi. Ma questo è solo un inizio. Secondo le stime del Fondo Monetario Internazionale infatti le minusvalenze, e quindi le perdite, continueranno sino a tutto il 2025. Questo per quanto riguarda l’aspetto patrimoniale. Sul conto economico invece le perdite, cioè il divario tra il rendimento dei titoli ed il costo del “funding” deve contabilizzare già 34 miliardi di dollari di passività, ed anche queste perdite, ovviamente, cresceranno nei prossimi anni.

Dagli Stati Uniti passiamo all’Europa. Qui la situazione è alquanto più opaca, perché non esistono dati ufficiali sul valore di mercato dei titoli in portafoglio, ma solo stime del Fondo Monetario Internazionale.

La situazione critica della Bundesbank

C’è da specificare inoltre che i risultati che ora riportiamo per le varie Banche Centrali nazionali sono al lordo delle imposte e dei fondi rischi. Ma al di là di questi dettagli, il fatto sostanziale è che i dati del 2022 a fronte di quelli del 2021 già evidenziano nell’Eurosistema una brusca inversione di tendenza. Delle maggiori Banche Centrali europee, infatti, alcune, e in particolare la Bundesbank, accusano perdite ingenti, e quelle che hanno chiuso il bilancio ancora in attivo l’hanno visto ridursi sensibilmente. In avanzo sono essenzialmente le Banche Centrali dei Paesi mediterranei, tra cui l’Italia, che paradossalmente hanno beneficiato dello “spread”. Se infatti il maggior rendimento dei titoli di Stato ha appesantito i bilanci del Tesoro, questo maggior rendimento alleggerisce.

Il conto economico delle Banche Centrali che hanno quei titoli in portafoglio. E così la Banca d’Italia è passata da un avanzo lordo di 9,2 miliardi del 2021 a uno di 5,9 nel 2022 (ma l’utile netto è bruscamente sceso da quasi 6 miliardi di euro a 2 miliardi); l’avanzo lordo del Banco di Spagna è sceso da 5,1 miliardi a 4, mentre la Banca d’Olanda da un sostanziale pareggio è scesa ad una perdita di 0,5 miliardi e le altre Banche dell’Eurozona, Bundesbank esclusa, son passate da un attivo complessivo di 3,9 miliardi ad un passivo di quasi un miliardo di euro.

Quanto alla Bundesbank, essa è passata da un attivo di 1,3 miliardi ad una perdita di 1,1 miliardi, con un divario complessivo dunque di 2,4 miliardi di euro. Già nel 2021 inoltre la Bundesbank non aveva distribuito utili al Tesoro, ed ovviamente non li ha distribuiti neppure per il 2022. Ma ad essere ancor più allarmanti sono le previsioni: la Banca Centrale tedesca infatti tornerebbe a realizzare utili solo nel 2028, e dopo sei anni di massicce perdite, a partire dal 2021 per ben undici anni consecutivi non potrebbe remunerare il Tesoro della Germania. Le perdite complessive sarebbero pari all’1,2% del prodotto interno lordo tedesco, superando così l’ammontare del suo capitale (6 miliardi) e delle riserve (20 miliardi). In base a queste proiezioni il risultato migliore negli undici anni considerati sarebbe quello della Banca d’Italia. La Banca Centrale olandese infatti non potrà remunerare il Tesoro per quattro anni; la Banque de France per tre anni, quella di Spagna per due, mentre la Banca d’Italia sarebbe sempre in grado di versare utili al Tesoro italiano.

 Lo studio dell’OCPI getta acqua sul fuoco

Ma lo studio dell’Osservatorio sui Conti Pubblici dell’Università Cattolica con alcune sue considerazioni finali tende da un lato a smorzare l’allarme gettato dalla Corte dei Conti tedesca, dall’altro a difendere la politica monetaria ultraespansiva seguita negli anni passati da tutte le Banche Centrali.

Esso osserva infatti che i tassi bassi dei titoli pubblici, che ora affliggono i bilanci delle Banche Centrali, hanno consentito in passato agli Stati di finanziarsi a costi bassissimi, e di ricevere inoltre un flusso consistente di utili da parte delle Banche Centrali, che pagando a loro volta bassi interessi sui depositi, realizzavano avanzi cospicui. Il che è indubbiamente vero. Si aggiunge che lo scopo di una Banca Centrale non è quello di fare utili, ma di garantire l’equilibrio macroeconomico. Anche questo è vero, ma è pur vero che se la Banca Centrale accumulando forti perdite consuma tutto il suo capitale e le sue riserve, quell’equilibrio lo mette a rischio. Lo si deduce anche dall’ultima considerazione dello studio dell’OCPI, la più sconcertante. Le Banche Centrali, si legge infatti, per qualche tempo possono operare efficacemente anche con capitale negativo. E si cita l’esempio delle Banche Centrali della Slovacchia, della Repubblica Ceca, di Cipro, d’Israele. Ma a parte il fatto che un conto è la Slovacchia o il Cile, altra cosa sarebbe una Bundesbank che non avesse più capitale né riserve, è la stessa Banca dei Regolamenti Internazionali, cioè la banca delle Banche Centrali, a notare che una Banca Centrale con capitale negativo perde credibilità, e che inoltre c’è una relazione diretta tra solidità finanziaria della Banca Centrale e l’inflazione.

Ma le grandi banche private sono ancor più a rischio

Ma non sono solo le Banche Centrali ad essere messe in gravi difficoltà dall’aumento dei tassi: le grandi banche private, e specie le banche d’investimento internazionali, sono in una situazione forse anche peggiore. In questo caso è stato l’Institute of International Finance (IIF), cioè l’Associazione globale degli operatori finanziari a lanciare l’allarme, focalizzandolo in particolare sugli effetti nei confronti del debito pubblico. Ma in realtà è l’intero debito complessivo, stimato in oltre 300 mila miliardi di dollari che ne subisce il peso. Senza considerare i derivati, che secondo alcune stime ammonterebbero alla cifra iperbolica di due milioni di miliardi.

Di quel debito complessivo buona parte è tra gli “attivi” delle grandi banche private, che quindi accusano le stesse “perdite non realizzate” delle Banche Centrali. Per le grandi banche private americane esse ammonterebbero a oltre 500 miliardi di dollari, secondo una stima del sito “Wall Street on Parade”. Sta di fatto che il Ceo della J.P. Morgan, cioè la più grande banca d’affari degli Stati Uniti, ha dichiarato apertamente al Time of India che un tasso al 7% le banche non possono sostenerlo. Intanto, così come le Banche Centrali, le grandi banche private classificano la svalutazione dei titoli in portafoglio come “perdite non realizzate”. La sola J.P. Morgan al 31 dicembre 2022 deteneva 425,3 miliardi di dollari in titoli, che in realtà a quella data avevano un valore di mercato di 388,6 miliardi. La perdita “non realizzata” sfiorava dunque i 37 miliardi di dollari. E la stessa Federal Deposit Insurance Corporation, cioè l’Ente pubblico regolatore, al 30 giugno scorso stimava che le “perdite non realizzate”delle banche americane ammontassero a 558,4 miliardi, di cui 309,6 su titoli detenibili fino a scadenza, e 248,9 su quelli disponibili per la vendita. Ed anche per le banche private, come per le Banche Centrali, le previsioni sono di ulteriori gravi perdite nei prossimi anni. Il sito Wall Street on Parade commenta: “La tempesta perfetta colpisce le grandi banche”.

 

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