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Francia: analisi di uno scontro sociale

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La partecipazione alle manifestazioni e ai movimenti di piazza francesi è stata la compatta e organizzata con la massiccia presenza degli studenti e dei giovani in generale. La tensione, l’irritazione sono palpabili in larga parte della popolazione, ma al momento la norma è stata legittimamente approvata. Come sarà possibile mantenere alto il morale dei lavoratori per affrontare rischi economici, giudiziali e fisici, senza indicare come l’obiettivo possa essere raggiunto? 

 

In Francia, dopo il via libera dato dal Consiglio Costituzionale, composto da 6 membri di area governativa e 3 d’opposizione, alla riforma delle pensioni, parrebbe essere stata scritta la parola fine allo scontro tra Macron e il suo Governo, da una parte, e le Organizzazioni Sindacali, nonché i partiti di opposizione, questi ultimi, tuttavia, senza una strategia comune, dall’altra.

In Italia si è enfatizzata molto la grande capacità di mobilitazione del Movimento Sindacale francese, gli scontri di piazza e il rabbioso tentativo di opporsi con tutti i mezzi alla volontà del Presidente della Repubblica di non aprire alcuna trattativa o tavolo negoziale sull’argomento, anche se, d’altro canto, buona parte della stampa mainstream e delle televisioni hanno evidenziato l’inderogabilità dell’intervento pena la rottura degli equilibri finanziari, la conseguente instabilità del debito pubblico e infine la possibile sfiducia dei mercati. In effetti non poteva essere il contrario, visto che i mezzi d’informazione italiani, da sempre, hanno appoggiato, favorito, supportato qualsiasi intervento di “lacrime e sangue”, proposto da Governi, solitamente di centrosinistra, basti portare a memoria Amato, Fornero, Draghi e via piangendo o più correttamente facendo piangere.

Vediamo in sintesi la ragione del contendere e gli attori protagonisti.

La riforma prevede l’elevazione dell’età pensionabile di 2 anni dai 62 a 64 anni, andando a regime nel 2030, salendo gradualmente di tre mesi all’anno. Inoltre solo lavorando fino a 67 anni di età o 43 anni di contributi sarà possibile ottenere la contribuzione piena. Per contraltare sono previsti, tuttavia, un incremento delle pensioni minime a 1.200 euro e una serie di eccezioni che dovrebbero favorire alcune categorie di lavoratori e/o lavoratrici. Quindi una riforma che possiamo definire “in linea” con quella attuata nel 2011 dall’allora e già citato Ministro del Lavoro Fornero. Anzi se vogliamo essere ancor più precisi e forse un po’ masochisti in Italia vige fin dalla riforma Dini del 1995, seppur in modalità mista un sistema di calcolo delle pensioni in funzione dei contributi versati dal lavoratore e dal datore di lavoro che, sempre la Fornero, ha trasformato in contributivo puro, penalizzando coloro che non hanno versato contributi con continuità, in primis i lavoratori precari. Mentre il metodo retributivo, che per una martellante e costante propaganda mediatica, è considerato in Italia non sostenibile, è tranquillamente presente in buona parte delle nazioni europee, compresa la Francia, con un periodo ampio di calcolo della retribuzione pensionabile, l’assegno è calcolato, infatti, rispetto ai migliori 25 anni di contributi versati. Tuttavia, si deve giustamente evidenziare che il comportamento dei vari “attori” nello scenario francese è stato ben diverso rispetto a quello che ha caratterizzato l’Italia sotto il governo Monti. Abbiamo accennato alla stampa e ai mezzi di informazione in genere, che, fatte le dovute e rare eccezioni, hanno da sempre e sempre mantenuto una posizione molto solidale e supportante per qualsiasi riforma “a perdere” nei confronti del lavoro in genere e dei lavoratori in particolare. Equilibri di bilancio, produttività, crescita del disavanzo statale e spesa pubblica in genere sono le motivazioni addotte a favore di questi interventi. In Francia, invece, la posizione dei mass media è stata certamente più variegata e dava ampio spazio alle ragioni degli “altri”. Inoltre i sindacati hanno dimostrato una grande compattezza e capacità di mobilitazione. Le manifestazioni sono state realmente oceaniche e la repressione delle forze di polizia, caratterizzata da episodi di estrema durezza nei metodi e nei sistemi applicati, non ne ha fiaccato la forza. Ben peggiore fu il trattamento riservato ai Gilets Jaunes, che provocò direttamente o indirettamente 3 morti e 40 invalidi permanenti. Certamente va anche evidenziato che le norme vigenti in Italia, relative alla regolamentazione degli scioperi nei trasporti e nei servizi di pubblica utilità, non avrebbero assolutamente permesso una serie di astensioni dal lavoro delle dimensioni viste in Francia in termini di giornate e di categorie coinvolte. Inoltre certamente proprio il blocco dei trasporti e dello smaltimento dei rifiuti nelle grandi città francesi ha dato un chiaro, visivo ed efficace segnale di lotta, senza trovare le solite borghesi, pantofolaie, deprimenti recriminazioni che caratterizzano l’opinione pubblica italiana, in situazioni simili. Altra caratterizzazione estremamente positiva, in rapporto alla partecipazione alle manifestazioni e ai movimenti di piazza francesi è stata la compatta e organizzata presenza degli studenti e dei giovani in generale. Altrettanto non può dirsi in Italia, dove, ormai da troppo tempo, i giovani, nella grande maggioranza, dimostrano una prona accettazione dello statu quo, che li vede precari, marginali e senza reali prospettive di ascesa sociale. Vivono quotidianamente gli effetti deteriori di una generazione che, per la prima volta dopo secoli, non ha la presunzione e l’obiettiva possibilità di migliorare le condizioni di vita rispetto alle generazioni precedenti, rispetto ai propri genitori, che diventano invece molto spesso la fonte di sostentamento e la possibile relativa tranquillità economica futura, grazie a casa di proprietà e ai risparmi di una vita. I giovani in Italia hanno smesso di lottare, almeno in termini sociali e collettivi, dimostrando tutto il loro assenteismo, vivono abulici nel loro microcosmo artatamente informatizzato, nascondendosi dietro i rischi derivanti dalla precarizzazione del lavoro e ancor più fiaccati dalla supina accettazione di eventi ritenuti immodificabili e dalla certezza che, la pensione stessa, non sia altro che un miraggio irraggiungibile. Questo in una nazione vecchia, sempre più vecchia, dove la componente giovanile è numericamente ridotta da decenni di folle corsa alla denatalità, dovuta certamente a componenti culturali, ma soprattutto aggravata da una classe politica che, al contrario della Francia, nulla ha fatto per invertirne l’andamento, non attrezzandosi con politiche attive fiscali e redditi di natalità che favoriscano la creazione di nuclei familiari e opportunità di crescita demografica. Oggi una giovane coppia sa che già acquisendo una autonomia abitativa e allontanandosi dal rifugio familiare, abbasserà il suo livello di vita, viste le retribuzioni, ferme da 30 e più anni e solo ora in crescita a fronte di una inflazione a due cifre, ma sa anche che se avesse uno o più figli vedrebbe un pesante ridimensionamento delle proprie condizioni di vita, senza un reale supporto statale e con una prospettiva futura ancor più incerta.

Tornando ad analizzare lo scontro sociale che si sta consumando in Francia, vediamo qual è il comportamento dei parti. NUPES (sinistra) RN, Centristi e Repubblicani hanno assunto, già dalle prime battute, un atteggiamento complessivamente, pur con diverse sfaccettature, negativo verso la proposta di riforma del governo. Tuttavia diversità consolidate, obiettivi strategici difformi e valutazioni tattiche discordanti non hanno permesso la formazione di un fronte unico antitetico alle scelte di Macron. I Repubblicani, sono ancora troppo deboli, dopo la debacle presidenziale, per affrontare una eventuale crisi parlamentare e conseguenti possibili nuove elezioni. Il Centro moderato è… moderato per natura. NUPES, che con il suo leader Melenchon fece un assist provvidenziale a Macron dichiarando, a risultati freschi del primo turno, che neanche un voto dovesse andare alla Le Pen, non potevano certo concordare un indirizzo comune con il RN. Infine, quest’ultimo, sembra sempre più propenso ad un aplomb “istituzionale”, che possa condurre la sua leader all’agognata vittoria alle prossime presidenziali. A conferma di ciò, nel voto di sfiducia proposto all’Assemblea Nazionale, a fronte dell’approvazione della riforma attraverso l’applicazione del 49.3, che prevede la possibilità del governo di attuare interventi legislativi, evitando il giudizio del Parlamento, il Governo ne è uscito con una risicata maggioranza di 9 voti, che tuttavia in teoria matematicamente non aveva, certo poco, ma bastante ad evitare una crisi dalle imprevedibili conseguenze.

Quindi una piazza compatta, sindacati compatti, partiti formalmente uniti, ma incapaci del colpo finale, ma come si presenta il campo avverso? Ovviamente, ma non obbligatoriamente, si ha l’appoggio delle principali Organizzazioni Datoriali, diciamo, per semplificare la Confindustria francese ha da subito plaudito l’intervento legislativo. Bisogna poi ricordare che Macron è al secondo mandato, acquisito a fatica, grazie alla insipienza dei candidati repubblicani e socialisti, nonché, come già accennato alla sinistra, che seppur meno convinta ha lanciato segnali che tacitamente confermavano la velata sopravvivenza di quel Patto Repubblicano che aveva già favorito la prima elezione di Macron, “votate anche il candidato peggiore, ma non votate per i … Le Pen”. Quindi Macron non ha più la possibilità di candidarsi per un terzo mandato, non previsto dalle norme costituzionali francesi, chi meglio di lui poteva fare il lavoro “sporco”, per non dire poi che Macron è legato a doppio filo a quella finanza internazionale a cui facevano riferimento i Monti e i Draghi di italiana memoria. Perché in buona fine Macron è l’ennesima pedina che acquisisce potere e notorietà, inserito in un Governo di sinistra, durante la Presidenza Hollande, la sua uscita dallo stesso prelude la sua futura candidatura, seguendo quel fil rouge che lo lega oltre ai succitati tecnici prestati alla politica, anche a personaggi come Renzi o in nuce a Calenda. Dobbiamo poi ricordare che non solo la Renaissance, ultima versione del partito di Macron, ma, nel complesso, tutta l’area politica che fa riferimento alla sua persona, non ha avuto buoni risultati nelle elezioni amministrative, a conferma di una scarsa capacità di radicarsi sul territorio e gli stessi parlamentari eletti non brillano di luce propria ma dei riflessi del “Capo”.

Quanto sopra potrebbe farci affermare che la partita è ancora aperta e intanto si attende ancora un giudizio da parte del Consiglio Costituzionale sulla possibilità di indire un Referendum su alcuni aspetti della Riforma. Tuttavia altre considerazioni non ci permettono di essere ottimisti. Innanzitutto a fronte di grandi manifestazioni di massa, i dati relativi alla partecipazione agli scioperi sono contraddittori. In alcuni settori chiave si parla di percentuali tra l’11 e il 35%, con un ovvio calo nel tempo, certo il calcolo delle astensioni dal lavoro ha varie possibilità di essere addomesticato in base a valutazioni pregiudiziali, la stessa percentuale di adesioni può essere ben diversa a seconda di come si considerino le assenze per ferie, malattia, permessi o altro, però il dato sembra comunque non eccessivamente positivo. Inoltre la stessa partecipazione alle manifestazioni sconta una certa stanchezza e una riduzione numerica delle persone coinvolte. Infine non c’è stato nel periodo di maggior tensione e lotta, quel blocco totale della Francia, che era previsto ed auspicabile, non c’è stata ad esempio la chiusura di tutti i distributori di benzina, che era stata preventivata a fronte del blocco delle raffinerie e della distribuzione del gasolio, non ci sono stati i possibili blackout determinati dalla minor produzione da parte delle centrali elettriche.

Ora è prevista un’altra grande manifestazione nella giornata del primo maggio e la tensione, l’irritazione sono palpabili in larga parte della popolazione, ma al momento la norma è stata legittimamente approvata, rispettando i passaggi costituzionali, pur utilizzando tutte le opportunità per ridurre i tempi e le discussioni sulla stessa. Su quali basi si potrà costruire un percorso strategicamente perseguibile al fine di annullarne validità e conseguenze, se, a quanto pare, nessuna delle forze in campo prende in considerazione una rottura del quadro costituzionale e un ribaltamento dell’attuale sistema politico? Senza un afflato rivoluzionario, e forse non è la Riforma delle Pensioni che possa da sola determinarlo, come sarà possibile mantenere alto il morale dei lavoratori farli affrontare rischi economici, giudiziali e fisici, senza indicare come l’obiettivo possa essere raggiunto? Ricordiamoci, con le dovute differenze, che dopo il maggio francese, che aveva in sé spunti e proposte anche interessanti, fu De Gaulle che vinse le elezioni e il suo partito dominò a lungo la scena politica del paese, anche se è altrettanto vero che Macron è ben lungi dall’essere un nuovo De Gaulle

 

 

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