Home politica estera Indo-Pacifico: nuovo centro del mondo

Indo-Pacifico: nuovo centro del mondo

868
0

“La Repubblica Popolare Cinese rimane il più serio concorrente strategico degli Stati Uniti e la principale sfida nei confronti dei loro interessi per i decenni a venire, in quanto unico paese che possiede sia l’intenzione di dare forma a un nuovo ordine internazionale, sia i mezzi economici, diplomatici, militari e tecnologici per farlo”; così si apre la National Defense Strategy (NDS) pubblicata dall’Amministrazione Biden il 27 ottobre del 2022, anatema dell’Egemone che si percepisce tale nei confronti del reo, colpevole di voler ascendere a un ruolo consono alla stazza guadagnata sul campo; irricevibile per chi si percepisce signore del mondo per diritto divino, per quel “destino manifesto” intriso di fanatismo messianico che pretende gli Stati Uniti “eccezionali”, dunque unici titolati ad assegnare ruoli e a presiedere l’ordine internazionale, il loro.

Rileva il fatto che, in tutto il lungo documento, la Cina sia chiamata sempre con il suo nome per esteso – Repubblica Popolare Cinese -, segno di considerazione per un avversario che si percepisce serio, a differenza della Russia, dalla prospettiva di Washington vilain perfetto, nell’NDS mai chiamata Federazione Russa ma con lo sbrigativo e informale appellativo Russia. Segno di scarsa considerazione per chi si mostra di ritenere decaduto, fuori dal gioco dei “Grandi”, che pretende di rientrarvi con il volgare uso della forza.

Già questo basterebbe a spiegare la contrapposizione in atto, la determinazione americana a soffocare la Cina, partita ritenuta esistenziale per gli Stati Uniti, che si auto-percepiscono egemoni globali, incapaci di concepirsi comprimari. Tuttavia c’è molto di più. L’ascesa della Cina è avvertita come doppiamente pericolosa perché non avviene nel vuoto, bensì nel quadrante divenuto più dinamico e ricco del mondo. Sede di già affermate e future ascese di paesi: l’Indo-Pacifico.

Giappone, Corea del Sud, Taiwan e poi Vietnam, Singapore, Malaysia, Indonesia contornano un bacino cruciale, con a sud l’isola-continente Australia e, a ovest, il sub-continente indiano proiettato verso una crescita esponenziale, già gigante con aspirazioni da titano. Con buona pace di quanto affermava Halford Mackinder oltre un secolo fa, l’Isola Mondo da cui si comanda il mondo è scarrellata dalle aree eurasiatiche russe al Mar Cinese e alle sue appendici. Traslazione perfettamente avvertita dalla talassocrazia americana, che opera di conseguenza.

D’altra parte, alla Cina nessuno ha regalato nulla, anzi. Con Deng Xiaoping ha intrapreso un lungo – e doloroso – percorso per emergere: nel 1977 varò la politica del “Boluan Fanzheng” (“Eliminazione del Caos e Ritorno alla Normalità”) per porre fine al disordine della Rivoluzione Culturale; fine del “bombardamento del Quartier Generale”, ormai di fatto inesistente. L’anno successivo lanciò il programma “Riforma e apertura”, alla radice dell’ascesa attuale. Cardine ne è la teoria del “socialismo con caratteristiche cinesi” teorizzato e fortemente voluto da Deng, una graduale transizione dall’economia pianificata a un’economia di mercato ma supervisionata dallo stato nelle prospettive macroeconomiche.

Un cammino che lui volle fosse intrapreso – e mantenuto – “nascondendo la propria luce e coltivando nell’oscurità” (altro aforisma a sintesi di una sua dottrina), ovvero mantenendo un “profilo basso”, crescendo nell’ombra mentre evitava controversie. Ciò che nel 2000 indusse Bill Clinton a concedere a Pechino lo status per intrattenere “reciproche relazioni commerciali permanenti” e a sponsorizzare nel 2001 il suo ingresso nell’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO), nella convinzione – mai più errata – di poterla manovrare a piacimento tramite il business. Con ciò confermando, per l’ennesima volta, la strutturale incapacità americana di comprendere popoli e sistemi “altri”, al di fuori della sfera politico-culturale liberale.

L’ingresso nel WTO fu un evento determinante, che impresse una vertiginosa accelerazione al Sistema Cina, perseguita ancora con “profilo basso” fino al 2013, all’ascesa di Xi Jinping, un “Taisì”, ovvero un “Principe Rosso”, appartenente a quella sorta di aristocrazia informale (ma assai sostanziale) che accomuna i discendenti dei protagonisti della “Lunga Marcia”. Quinta generazione di leadership orgogliosa di ciò che era divenuta la Repubblica Popolare, priva di soggezione e vogliosa di riscatto. Per ciò adottando una politica assertiva, poi battezzata del “Lupo Guerriero”, pretendendo che fossero riconosciuti al redivivo Impero peso e ruolo riguadagnati.

Si è molto discusso sulle caratteristiche dell’economia cinese, per molti prettamente capitalistica; non siamo d’accordo con tale convinzione: nel Sistema cinese lo stato non è al servizio degli interessi dei singoli capitalisti, al contrario, è un’economia di mercato sottoposta al controllo e alla direzione strategica del potere politico. In altre parole, a differenza che negli Stati Uniti o in altri stati dell’Occidente, le grandi imprese devono svolgere un ruolo funzionale agli interessi del paese, per come definiti dalla sua dirigenza politica. Senza sbavature, a prescindere dalle dimensioni dell’azienda, come ha sperimentato a sue spese Jack Ma e diversi altri grandi capitalisti privati cinesi, ridimensionati dalla sera alla mattina se giudicati disfunzionali agli obiettivi strategici della nazione.

È questo peculiare dirigismo, operato da una direzione politica forte dotata di una visione rivelatasi chiara, che ha avviato un processo d’affermazione straordinario, inserendosi con lucidità e tempismo nelle dinamiche economiche e finanziarie mondiali mosse dagli Stati Uniti. In altre parole, come già evidenziato, usando gli strumenti della globalizzazione per costruire il proprio successo. Attenzione: un successo per il Sistema Paese non per singoli capitalisti che, certo, ne beneficiano – e tanto – ma nell’ambito di un processo generale governato dalla politica.

Naturalmente quello cinese non è un Sistema perfetto, presenta numerose criticità che la recente pandemia ha esasperato: rallentamento della produzione, dunque della crescita; bolla immobiliare irrisolta; alto indebitamento del sistema bancario; permanente squilibrio coste-interno del paese, di cui la frenata dell’economia ha rallentato l’attenuazione; crisi demografica, conseguenza della pregressa “politica del figlio unico”, ora difficile da rimediare; carenze del welfare, che costringe la popolazione al risparmio limitando strutturalmente i consumi interni. E poi, le tendenze separatiste nello Xinjiang, in Tibet, a Hong Kong, su cui soffia azione e propaganda occidentale, in uno sfacciato doppiopesismo che, qui, enfatizza vere o presunte istanze di autodeterminazione veementemente negate altrove (vedi Donbass).

Tuttavia, le criticità che – come detto – non mancano, non possono oscurare gli straordinari risultati conseguiti nel volgere di pochi decenni: se il benessere non è ancora uniforme, centinaia e centinaia di milioni di cinesi sono stati tratti fuori dalla povertà, costruendo – praticamente dal nulla – una società tecnologicamente assai avanzata, massimo sistema produttivo, autentica fabbrica globale. Un apparato che dal 2013 si è proiettato nel mondo con la “Belt and Road Initiative”, le “Nuove Vie della Seta” del XXI secolo, colossale progetto infrastrutturale di portata globale. A non parlare della sfida nel campo della AI e delle nuove tecnologie, a cui un gigantesco sistema coeso si è applicato con risorse che travalicano la semplice logica utilitaristica del capitalismo. Ottenendo risultati d’eccellenza malgrado guerre commerciali, sanzioni e ostruzionismi d’ogni tipo promossi dagli USA che, tuttavia, stentano a ottenere esiti decisivi se applicati a un soggetto così grande. Determinante per l’economia del mondo.

E qui veniamo al cuore del problema. Il peso economico-commerciale, accompagnato dall’estroversione politica del gigante cinese, provoca reazioni bipolari fra i vicini. Impossibilitati a fare a meno del potenziale del Sistema Cina, ne temono tuttavia stazza crescente e postura, che intende adeguare alla dimensione acquisita. Con ciò confermando una delle più cogenti leggi della geopolitica, che fa preferire un egemone lontano a uno vicino. Alle volte perfino confinante. Tuttavia, facciamo notare che questa norma è applicabile essenzialmente alle potenze telluriche, che via terra trasmettono la propria forza, non alle talassocrazie che, in quanto tali, la proiettano – facendola pesare – attraverso il mare, che reclamano proprio. Esattamente come sono soliti fare gli USA, pretendendo di vietarlo agli altri.

In ogni caso, la situazione spinge i paesi dell’Indo-Pacifico in un dilemma, perché le loro economie li spingono verso Pechino, mentre le crescenti pressioni degli Stati Uniti e le inquietudini securitarie li indirizzano a Washington. Ossimoro geopolitico. Dubbio irrisolvibile che congela il problema. Per quanto?

La Repubblica Popolare Cinese si è già data un orizzonte lungo, in assonanza con la sua cultura. Il 2049, entro il quale completare la rinascita nazionale riportando Taiwan nella propria sovranità. Traguardo simbolico e chiave di volta del confronto con gli USA; possibile varco per la proiezione nell’Oceano di una potenza tellurica per eccellenza, necessitata a farsi anche talassocratica. Conclusione del “Secolo della Riscossa”, iniziato con la vittoria del 1949 nella guerra civile, riscatto per il “Secolo delle Umiliazioni”, protrattosi dalle vergognose “Guerre dell’Oppio” mosse dagli Inglesi nel XIX secolo, all’invasione giapponese e ciò che ne seguì.

Improbabile che gli USA concedano a uno sfidante tanto tempo; sanno che, malgrado i loro sforzi, esso lavora contro di loro, egemoni in affanno. Tempo non ne hanno dato mai a chi reputano avversario; l’esempio del Giappone, costretto ad attaccare a Pearl Harbour prima d’essere strangolato economicamente o capitolare, è lì a dimostrarlo. E la vicenda ucraina è storia dei nostri giorni. Per questo accelerano contenimento e provocazioni, nel tentativo di soffocare un gigante. O di costringerlo allo scontro prima che sia pronto. Con conseguenze che Henry Kissinger ha definito insensate: l’avvicinamento anti-storico di due avversari naturali – Russia e Cina – dettato a gran voce dalla convergenza d’interessi, per opporsi all’aggressività dell’Egemone.

Con ciò regalando Mosca a Pechino, come il viaggio trionfale di Xi Jinping a marzo ha plasticamente dimostrato. Con ciò consentendo alla Cina di ergersi ad attrice di pace, levatrice di nuovi equilibri globali fuori da blocchi (leggi: NATO), garante e mediatrice di un nuovo ordine multipolare, facendosi nuovo crocevia planetario. Con ciò innescando, con effetto domino, inedite convergenze fra quanti non più disposti ad assoggettarsi supinamente ai desiderata di Washington.

L’epoca colombiana, il mondo per come disegnato dopo la scoperta delle Americhe, incentrato sull’Atlantico, è al tramonto. Passaggio epocale avvertito dall’Egemone che – per sua costituzione – non concepisce di scadere a comprimario, e reagisce con furia. Ma non da un’Europa autoreferenziale, persa nel suo economicismo a-storico, anacronistico, che la marginalizza. Fissa nel ruolo di costellazione di satelliti del pianeta America. Guidata, se così può dirsi, da gruppi dirigenti testardamente avulsi dal contesto e dalle popolazioni, cui pretendono di imporre una pedagogia.

D’altronde, che l’epoca precedente sia tramontata è fatto ormai compiuto: archiviate pandemia e residuali incertezze sull’inedita terza rielezione di Xi Jinping, la Cina ha rotto gli indugi, ha trasferito in politica il suo peso provocando immediati sismi che dal Pacifico stanno già ridisegnando legami e rapporti in Medio Oriente. Prossimi a investire l’Europa e il mondo, forieri di nuovo ordine Multipolare sulle macerie di un Unipolarismo in irreversibile crisi manifesta.

In questo contesto di contrapposizione odierna, futuro scontro, l’Italia è ininfluente, per stazza, capacità e postura. Il fatto è che essa vale molto e conta poco, identikit perfetto di una preda; suddita lo è già ma potrebbe accaderle d’assai peggio ed è esercizio di pura fantasia sperare nella protezione d’un padrone che si prepara alla battaglia della vita.

Eppure, avrebbe molto da guadagnare da scambi e partnership chiare nel Medioceano in cui è immersa, suo habitat colpevolmente trascurato. Da intrecciare anche con un soggetto forte come la Cina, poco incline a fare sconti, ma che – da storico commerciante – sa trattare e riconoscere reciproche convenienze, e per il Sistema Italia potrebbero essere tante. Se Roma avesse chiari i propri interessi nazionali, se avesse volontà politica di perseguirli, se avesse forza e competenze per attuarli, se…forse troppi se, ma è un crimine, peggio, un errore – l’ennesimo – lasciar cadere una simile opportunità per puro servilismo. Lord Palmerston, alla guida di un Impero all’apice della sua potenza, soleva dire che non esistevano amici o nemici eterni, eterni erano gli interessi della Nazione che un governo aveva il dovere di perseguire. Qualcuno lo racconti a Roma.

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.