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L’ESITO “TECNOFEUDALE” DEL CAPITALISMO secondo Yanis Varoufakis

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Saggio sul libro di Yanis Varoufakis “Tecnofeudalesimo – Cosa ha ucciso il capitalismo”, La nave di Teseo, 2023

Parte prima

Yanis Varoufakis (l’economista e politico greco già Ministro delle Finanze del primo governo Tsipras nel 2015, protagonista, fino alle dimissioni, delle drammatiche trattative con l’Eurogruppo relative al debito pubblico del suo Paese, prolifico autore, oltre che di articoli scientifici quale docente in diversi atenei, di altrettanto importanti lavori meno analitici e più rivolti invece a sintesi tematiche) ha di recente pubblicato: Tecnofeudalesimo – cosa ha ucciso il capitalismo.

Con un suggestivo impianto espositivo che prende le mosse da un forte rapporto affettivo e culturale, fin dall’infanzia, con suo padre, col quale, sebbene scomparso, egli continua idealmente a dialogare in merito agli aspetti umani e sociali dell’economia, l’Autore intende mostrare una trasformazione del capitalismo, in atto nel mondo presente, tale da modificarne drasticamente la natura, fino al punto di determinarne addirittura la morte.

Solo accennando alle sia pur efficaci pagine introduttive del libro, dedicate a importanti e ormai classici argomenti di base (come le possibilità sia liberatorie che oppressive, dall’età del ferro ad oggi, della tecnologia; o, marxianamente, la reciproca influenza tra i modi di trasformazione umana della materia e i mutamenti del pensiero e delle relazioni sociali secondo il materialismo storico; la differenza, all’origine del profitto, tra valore d’uso e valore di scambio, tra lavoro-merce e lavoro esperenziale, tra capitale fisico e capitale-potere sociale; o ancora, keynesianamente, la distinzione tra denaro-merce e denaro espressione di più complesse relazioni umane; per finire alla scissione novecentesca tra i concetti di libertà ed equità, ovvero tra la diseguaglianza economica nelle democrazie liberali e l’egualitarismo dello statalismo socialista), conviene decisamente passare alla questione centrale posta da Varoufakis.

Dato per risaputo che, con l’implosione dell’Unione Sovietica e col conseguente collasso non solo del modello socialista, ma anche di quello socialdemocratico ad economia mista favorevole ad un capitalismo moderato e regolato dallo Stato, l’idea di un capitalismo solo transitorio e perciò la rivoluzionaria prospettiva di una sua possibile fine sembrano sparire definitivamente dall’orizzonte ideologico e politico; considerando altresì, in tempi ancora più recenti, la stretta interconnessione tra il nuovo mondo dell’informatica e le varie forme dell’economia capitalista; bisogna trarne la conseguenza dell’impossibilità, anche in avvenire, di un suo esaurimento? Oppure, paradossalmente, proprio oggi che il capitalismo sembra avere la massima potenza, la tecnologia digitale si mostra invece il suo “tallone di Achille” che autorizza a sentenziarne la fine? Un “tallone d’Achille” di qualche genere ancora non concepibile e quindi non visibile in passato, e tuttavia asserito e auspicato, già anni addietro, dal vegliardo genitore di Yanis prossimo alla conclusione della vita, al quale ora il figlio, con questo libro, esplicitamente, in maniera toccante si rivolge, volendo annunciare di avere egli individuato il punto debole del sistema economico in questione, che gli sarà fatale; ma scorgendo nel contempo, purtroppo, non la sua sostituzione con una qualche sperata forma di autentica economia sociale, bensì con “una forma tecnologicamente avanzata di feudalesimo”.

Anche ai lettori, quindi, a questo punto, non resta che seguire, con comprensibile curiosità, ma in maniera paziente, gli argomenti che secondo l’Autore sarebbero in grado di dimostrare la sua tesi; la quale può sembrare davvero singolare mentre è facile vedere il capitale trionfare in molteplici espressioni, con la completa sottomissione delle stesse “istituzioni democratiche” alle sue sofisticate strategie. Per giunta, al capitalismo non sono certo estranee, nel corso della sua vicenda, grandi metamorfosi, tali da contraddistinguere cambiamenti storici epocali, che tuttavia non lo hanno affatto ucciso.

Non è perciò solo l’intrinseco interesse di una panoramica sul più recente capitalismo a spingere Varoufakis, per il suo intento esplicativo, ad evidenziarne proprio le ultime trasformazioni, a partire dal primo Novecento fino ad oggi, che qui si cercherà di esporre sia pure nell’essenziale. Si tratterà, infatti, ad un certo punto, di cogliere, rispetto a tali memorabili cambiamenti, le radicali novità provocate dalla rete telematica che, secondo lo studioso greco, permettono di asserire l’esito “tecnofeudale” del sistema capitalistico.

Per cominciare, in una realtà sempre più segnata dalle applicazioni pratiche in campo elettrico e telegrafico (conseguenti al rivolgimento teorico, nella fisica, costituito dall’elettromagnetismo), il capitalismo americano d’inizio Novecento, rispetto alla parsimoniosa imprenditoria precedente dell’età vittoriana, vede la nascita d’imperi aziendali (come Edison, Westinghouse, Ford) bisognosi di ingenti finanziamenti, col concomitante sviluppo di mercati azionari e di grandi istituti bancari in grado di garantire linee di credito per industriali e investitori: era la nascita della grande finanza che prestava liquidità alla grande impresa, garantita dai futuri profitti che questa si prefiggeva di realizzare. Una dinamica di tal genere, non moderata da alcuna cautela, ma anzi suscitatrice di una mastodontica bolla speculativa, è quella che avrebbe portato, com’è ben noto, al drammatico tracollo borsistico del 1929 con la conseguente grande depressione economica e finanziaria degli anni successivi.

Altrettanto noto è il profondo cambiamento impresso alla economia globale da parte del “New Deal” del presidente Franklin D. Roosevelt, dalle molte influenze keynesiane, nel segno di una politica di lavori pubblici e di programmi di assistenza sociale, di strumenti di finanza pubblica e di rigidi controlli sulle banche. Una sorta di capitalismo pur sempre privato, ma pianificato dalla Stato, ancora più evidente in una economia di guerra nel corso del secondo conflitto mondiale, volutamente funzionale, per molti aspetti, proprio al superamento della grave crisi: con l’assoggettamento della grande finanza ai disegni governativi, con una produzione, in grande crescita, di quanto necessario per gli scopi bellici e quindi con vendite e profitti garantiti dallo Stato in assenza di competizione, con un rigido controllo dei prezzi e con l’effetto della scomparsa della disoccupazione, col finanziamento di una intensa ricerca scientifica a sua volta fonte di profonde innovazioni produttive. Questo stretto legame tra il capitalismo americano e gli apparati governativi, con la frequentazione di entrambe le realtà da parte di esponenti di ogni branca della scienza, di tecnici, di manager di professione, creava una rete decisionale pubblico-privata (simile a quella che l’economista Galbraith nel 1967 avrebbe chiamato “tecnostruttura”), la quale, finita la guerra, specie nella sua dimensione burocratica tendeva non certo a smobilitare, ma a difendere la sua sopravvivenza e magari la sua crescita in condizioni profondamente mutate, che imponevano la ricerca di mercati per tanti generi di manufatti diversi da quelli destinati all’impiego bellico, che essa stessa aveva progettato e che continuava a progettare. Per giunta, la capacità industriale era cresciuta tanto da rendere necessaria, per salvaguardare fabbriche e lavoro, una produzione molto maggiore rispetto a quella sufficiente per il solo mercato americano.

Del resto, non era solo la logica intrinseca alla “tecnostruttura” ad orientare in questa direzione, ma anche le strategie politiche americane, già in vista del dopoguerra e poi a guerra finita, che eloquentemente si esprimevano negli accordi di Bretton Woods del 1944, che varavano un sistema finanziario globale, volto ad evitare fenomeni come la recente grande depressione, ma anche, e forse soprattutto, a legare Europa e Giappone agli Stati Uniti. Si trattava, a tal fine, nel prioritario compito di ridare valore e stabilità alle monete dell’Europa e del paese nipponico distrutti, di connettere le loro valute, con tassi di cambio fissi, al dollaro, a sua volta ancorato alla potente economia del paese che aveva vinto la guerra. A prova di ciò, accanto all’addomesticamento delle costituzioni di Giappone e Germania, il sorgere di tecnostrutture sul modello di quella americana, nonché la stessa Comunità Economica Europea, costituita in modo tale da avere come riferimento l’industria tedesca. Tutto questo durante un periodo, fino al 1971, segnato da bassi livelli di disoccupazione, ridotta inflazione, elevata crescita.

In questo quadro di primato economico americano in ogni ambito, va anche collocato, per inciso, il brillante e vincente disegno di suscitare di continuo nuovi desideri e bisogni non solo nel consumatore del mercato interno, ma anche in quello dei mercati esteri. Dalla resistenza e persistenza della “tecnostruttura” americana del dopoguerra, nella esposizione di Varoufakis, si avvia così un’altra importante metamorfosi novecentesca del capitalismo, che si distingue per la mercificazione dell’attenzione di radioascoltatori e poi di telespettatori, venduta, sotto forma di interruzioni pubblicitarie, a esperti e “creativi” dell’eccitamento e della manipolazione, nel pubblico, di sempre nuove esigenze: è cioè con gli strumenti di comunicazione usati in maniera commerciale che la “tecnostruttura” affianca alla natura duale del lavoro una natura duale dello spettacolo, facendo emergere da un valore solo esperenziale dello spettatore un valore di scambio, ovvero una merce.

Condizione per il funzionamento del sistema sopra descritto, come si è visto, è una eccedenza produttiva americana tale da tradursi in un saldo positivo della bilancia commerciale, ciò permettendo, tra l’altro, con la vendita di quanto esportato, il rientro dei dollari dati in prestiti e aiuti a europei e giapponesi; un andamento economico, questo, che rallenta e si blocca, però, alla fine degli anni Sessanta, in concomitanza con le enormi spese per la guerra del Vietnam e anche per la maggiore qualità ed efficienza, ormai in tanti settori, del sistema produttivo giapponese, tedesco e anche di altri paesi tornati protagonisti della realtà economica, rispetto a quello americano. Una economia ormai in deficit spinge perciò gli Stati Uniti, nel 1971, nella persona del Presidente Richard Nixon, all’abbandono del trentennale equilibrio finanziario regolato dalla logica di Bretton Woods: il dollaro non è più convertibile e rimborsabile in oro (fine del gold standard), con l’obiettivo di un suo deprezzamento e invece di una rivalutazione delle monete dei paesi industrializzati rispetto a quella americana, e quindi della riduzione, quale effetto, del crescente deficit commerciale.

Con gli Stati Uniti che si prendevano, così, la libertà di stampare dollari senza il possesso di una pari quantità d’oro, col conseguente accantonamento del regime dei cambi fissi tra le maggiori monete e l’introduzione, invece, del cambio fluttuante, si entrava in una nuova fase del capitalismo, ora liberato da vincoli, caratterizzata da pazzesche speculazioni miliardarie, tramite strumenti quali “opzioni” o “derivati” usati dagli stessi banchieri autorizzati a scommettere in borsa con denaro anche fittizio (tramite incessante creazione, parcellizzazione e vendita del debito contratto dai beneficiari di mutui, attraverso complicati “strumenti” finanziari a inconsapevoli acquirenti, a loro volta propagatori di analoghe procedure in tutto il pianeta). Presupposto, tutto questo, se non vera e propria causa diretta della futura grande bolla del 2008. Evidente, da quanto si sta dicendo, il netto e definitivo spostamento del potere capitalistico dall’ambito autenticamente economico dell’industria e del commercio a quello essenzialmente finanziario. Una tale sconsiderata dinamica era del resto in perfetta sintonia col deficit commerciale dell’economia americana; nel senso che profitti, risparmi, esportazioni nette di tutto il mondo erano investiti e riciclati pur sempre a Wall Street, arricchendo la classe dirigente americana. In altri termini, il dollaro, in virtù del suo imposto stato di moneta privilegiata, continuava ad essere per il capitalismo mondiale il porto sicuro dell’investimento dei profitti e l’unico strumento di pagamento, diventando così sempre più egemone. C’è anche da dire che a tale egemonia, nel clima di generale e contagiosa deregulation, che subentrava ad una sorta di “disintegrazione controllata” del vecchio sistema (persino esplicitamente ammessa da un governatore della Fed, la banca centrale americana), giovava anche l’intenzionale impoverimento del mondo del lavoro, una riduzione della sua forza sindacale e del suo potere contrattuale (il presidente Ronald Reagan insegnava) con stagnazione dei salari, al fine di favorire, di conseguenza, più alti tassi di profitto, tali da attrarre ancora di più capitali stranieri. Una politica, del resto, speculare a quella avviata in Gran Bretagna sotto la premier Margaret Thatcher e quindi nel resto d’Europa, all’insegna di privatizzazioni, deregolamentazioni, riduzione delle spese sociali, e via dicendo; ancor più irrefrenabile in seguito al crollo dell’Unione Sovietica e all’inserimento anche di Russia e Cina nelle dinamiche del capitalismo globalizzato. A tutto questo, poi, non è di secondaria importanza ricordarlo, veniva data (e continua ancora oggi ad essere data) una sorta di legittimazione ideologica nel nome di un neoliberismo che, secondo Varoufakis, ha invece, con la descritta realtà economica e finanziaria, uno scarsissimo nesso, analogamente a quello, anch’esso asserito ma fallace, intercorso tra il marxismo e il comunismo sovietico. In realtà, come egli invece rileva, una pseudo teoria, tale neoliberismo, che assume in partenza ciò che dovrebbe dimostrare, ovvero l’eccellenza sotto il profilo economico dei mercati finanziari deregolamentati. Nella sostanza, al di là delle acrobazie teoriche, al posto di un sistema capitalistico globale almeno dotato di una relativa stabilità (quello successivo alla grande crisi del 1929 fino alla cancellazione degli accordi di Bretton Woods del 1971) se ne era impiantato un altro altamente instabile, fondato su deficit, debiti e scommesse in continua crescita.

Fondamentale, infine, evidenziare come, dalla fine degli anni Settanta, era stato l’ingresso nel mondo della finanza dei personal computer ad amplificare e a ingarbugliare ancora di più l’azzardo tramite “opzioni” di vendita o acquisto di pacchetti di prodotti sempre più complicati (come derivati di derivati!…), con scommesse, nel 2007, oltre ogni misura, dal valore dieci volte più alto del reddito dell’intera umanità. A questo “sistema di riciclaggio globale incentrato sugli Stati Uniti che, tra la fine degli anni settanta e il 2008, ha fornito tutti gli oggetti di scena del nostro attuale dramma: grande finanza, Big Tech, neoliberismo, diseguaglianza su scala industriale, per non parlare di democrazie… atrofizzate…”, Varoufakis dà metaforicamente il nome di Minotauro (la bestia della mitologia greca nel Labirinto del palazzo reale di Creta, sola, feroce, triste e dal vorace appetito, da soddisfare, per il mantenimento della pace, dei commerci e della prosperità del regno di Minosse, con un tributo periodico di carne umana da Atene). Ma, in maniera meno eroica che nell’antichità (quando, con l’uccisione della bestia da parte di Teseo principe ateniese, inizia la luminosa era classica greca), il Minotauro del nostro tempo è stato “vittima dei vigliacchi finanzieri di Wall Street, la cui tracotanza è stata ricompensata con massicci salvataggi statali che non hanno fatto nulla per resuscitarlo”. In effetti, pur essendo stata accordata alle banche, in virtù della loro funzione monopolistica nel trasferimento di denaro, impunità per i loro debiti, pur perdurando il deficit commerciale americano, pur continuando ad arrivare a Wall Street profitti da ogni parte del mondo, tuttavia non si è più ripristinata la capacità del sistema di riciclarli sotto forma di investimenti tangibili, disperdendosi quanto e più di prima nei giochi di borsa, “dando alla finanza l’ennesima opportunità di fare cose stupide su scala gigantesca”, aggiunge l’economista; facendo così svanire certe speranze, riformulate durante la crisi pandemica, di “un nuovo sistema dove la ricchezza non ha più bisogno della povertà per prosperare e lo sviluppo è pensato in termini di miglioramento piuttosto che di aumento…”.

Dunque, per Varoufakis, “il Minotauro… come una bestia… il cui regno trentennale ha creato, e poi distrutto, l’illusione che il capitalismo possa essere stabile, che l’avidità sia una virtù e la finanza sia produttiva. Morendo, ha costretto il capitalismo alla sua ultima e fatale metamorfosi, dando alla luce un sistema dove il potere è nelle mani di un numero ancora più esiguo di individui, che posseggono un nuovo e spavaldo tipo di capitale”. Ciò volendo dire che la tecnologia informatica, della quale ormai da anni le sue speculazioni finanziarie si servono, ha reso invincibile il capitalismo? La risposta di Varoufakis è no, ma non nel senso, adombrato all’inizio, per cui essa ne sarebbe, al contrario, per qualche ragione semplice e diretta, il “tallone d’Achille”; bensì in una maniera molto più complessa e sottile: “In combinazione col mercato dell’attenzione e nelle circostanze create dall’ascesa spettacolare del Minotauro, per non parlare della sua caduta del 2008, Internet ha distrutto l’idoneità evolutiva del capitale… lo ha fatto incubando una nuova forma di capitale, che ha permesso ai suoi proprietari di liberarsi dal capitalismo e di divenire una … nuova classe dirigente a sé stante”. In maniera sintetica questo vorrebbe dire che la persistente esistenza e prosperità del capitale non implica la stessa cosa relativamente al capitalismo, che può invece finire. Ciò in quanto, ricorda Varoufakis, analogamente a come “mutazioni consecutive moltiplicano le varianti di un organismo fino a che, ad un certo punto, appare una nuova specie, allo stesso modo il cambiamento tecnologico avanza in un sistema sociale fino a che, improvvisamente, il sistema si è trasformato in qualcosa di nettamente diverso, sebbene questo non significhi che tutti gli elementi di cui è composto il sistema – capitale, manodopera, denaro – abbiano necessariamente subito un cambiamento”; un chiaro esempio di una tale dinamica offrendolo lo stesso passaggio dal feudalesimo al capitalismo, quando i continui progressi nella navigazione e nella cantieristica navale, permettendo un più importante volume di scambi ed un accumulo di ricchezza da parte dei mercanti tale da avviare la mercificazione della terra e quindi della manodopera, segna la metamorfosi quasi impercettibile dal primo nel secondo.

Si tratta, nella successiva parte di questo nostro esame riassuntivo dello stimolante saggio dell’economista greco, di decifrare, dunque, tale linea di pensiero ancora sotto tanti aspetti per il lettore sicuramente criptica, esponendo le trasformazioni tecnologiche e il conseguente impiego economico di queste da parte di protagonisti pur appartenenti al mondo capitalistico, fino ad un punto oltre il quale una nuova forma di mercificazione della rete informatica determinerebbe il passaggio a ciò che viene chiamato “tecnofeudalesimo”, cioè ad una vera e propria mutazione del sistema capitalistico stesso che di fatto, come l’autore del libro pensa, ne segna la fine.

Per concludere questa prima parte, di carattere preminentemente storico, dedicata ad una sintesi della rappresentazione che Varoufakis fa delle trasformazioni del capitalismo dagli inizi del Novecento fino ad oggi, non si può non evidenziare come la vicenda di questo sistema economico, in uno scenario sempre più globale, sia stata strettamente intrecciata con la politica egemonica americana, più esattamente da questa condizionata e pilotata. Sottolineando questo, il discorso sul capitalismo più recente guadagna in concretezza e in precisione, risultando molto evidente, in certi periodi e in certi contesti, sia nella stessa America che in Europa, la possibilità (pur senza giungere a pensare a forme di esasperato statalismo o di collettivismo) di un’accorta regolamentazione dell’attività economica e finanziaria, tale da evitare sconquassi magari più rovinosi di quelli già accaduti in passato, oltre a conseguenti pericolosissime tensioni geopolitiche.

Parte seconda

Si tratta ora, dunque, di riconoscere la “mutazione genetica” che, continuando l’analisi di Yanis Varoufakis esposta nello scorso numero di “Italicum”, determinerebbe, nel nostro tempo, la radicale metamorfosi del capitalismo, del tutto diversa dalle sue adattive trasformazioni nel corso dei suoi due secoli e mezzo di storia a partire dalla rivoluzione industriale, con tante conseguenze che saranno evidenziate.

Per percorrere questo itinerario concettuale, è di fondamentale importanza, innanzitutto, distinguere dal “capitalismo” (cosa peraltro risaputa) il mero impiego di “beni materiali” (quali elementari esempi, un vomere d’acciaio, una canna da pesca, un utensile) creati e usati per ottenerne o produrne altri, da consumare o da utilizzare per ulteriori scopi. Già millenni prima del capitalismo, quindi, “beni capitali” ovvero strumentali, altrimenti detti “mezzi di produzione”, hanno permesso agli uomini realizzazioni di ogni genere e sempre più pronunciate forme di ricchezza e di potere. Di vero e proprio capitalismo si può parlare, dunque, solo una volta che ricchezza e potere si svincolano sempre più dalla proprietà della terra (com’era nel feudalesimo) e si trasferiscono invece ai detentori, appunto, di soli beni capitali, alla cui natura tangibile di permettere o migliorare le capacità produttive si aggiunge ora quella “di comando” sul lavoro, cioè quella di permettere nuove forme di dipendenza di uomini da altri uomini. Ma, com’è noto, la condizione per tale storico passaggio dal feudalesimo al capitalismo (ovvero per il detto trasferimento del “potere di comando” dai proprietari terrieri ai proprietari di beni capitali) fu la perdita, per i contadini, in seguito al fenomeno delle “enclosures” in Gran Bretagna, dell’accesso a terre in precedenza comuni. Impossibile, si sa, sarebbe stato, altrimenti, un proletariato industriale, formato infatti da gente espulsa dalle campagne, disponibile al duro lavoro salariato del primo Ottocento. Una analoga mercificazione di terre già comuni accompagnerà poi la diffusione e il potere sociale del capitalismo anche a livello mondiale.

Premesso questo quadro, valido nella sostanza (pur mutando nel tempo e diventando più articolato il rapporto tra capitale e lavoro) fino ai giorni nostri, Varoufakis mette a fuoco “l’ascesa di una nuova forma di capitale, con una capacità di comando così inaudita da rendere necessario ripensare interamente il sistema a cui ha dato il nome”. Si tratta di quello che egli chiama capitale cloud (alludendo, il secondo termine, alla “nuvola informatica”, cioè alla tecnologia che permette di archiviare e elaborare dati in “rete”), il cui potere di comando si serve in maniera sempre più sistematica e pervasiva della cosiddetta, ormai argomento di quotidiana discussione, “Intelligenza Artificiale”. In merito, fa notare l’economista, se si confronta la precedente “filosofia” di marketing e le sue relative operazioni con i nuovi dispositivi di IA (già a  partire da quelli più semplici, come ad esempio l’Assistente Google o l’assistente virtuale domestico Alexa di Amazon, senza considerare più straordinarie “chatbox” come ChatGBT), risulta evidente che mentre la prima, manipolando i nostri stati d’animo, instillando nel nostro inconscio desideri artificiali, indirizzando la nostra attenzione per indurci all’acquisto di prodotti superflui di ogni genere, comunque si limitava ad agire a senso unico su un soggetto umano passivo rispetto all’abile processo di convincimento in atto; i secondi, invece, dal “potere di comando sistemico, travolgente, galattico”, ci immettono “in una strada a doppio senso sempre attiva tra la nostra anima e il sistema basato sul cloud che si nasconde dietro la voce suadente di Alexa”, intrappolandoci “nel più dialettico dei regressi senza fine”. In altri termini, il rapporto che si sviluppa tra noi e l’assistente virtuale (istruito a svolgere compiti in nostra vece sulla base di nostre abitudini e desideri) ben presto sfugge al nostro controllo, dal momento che il suo algoritmo si mette esso a istruire noi, carpendoci sempre più precise informazioni utilizzate per renderci abilmente più sensibili ai suoi suggerimenti, tra cui quello di addestrarlo meglio… ad addestrarci, e così via in una reiterata successione di istruzioni reciproche.

Ora (ed il discorso a questo punto torna perciò in maniera evidente al capitalismo), quanto descritto permette al dispositivo d’intelligenza artificiale, inserito in una grande rete algoritmica nascosta nel cloud, di orientare il nostro comportamento in modi straordinariamente redditizi per i suoi proprietari, garantendo ad essi “una bacchetta magica… un potere che ogni venditore ha da tempo immemore sognato di avere”. Sul cloud è cioè basato un “capitale di comando” di natura algoritmica; senza che questo implichi, tuttavia, che per una tale creazione tecnologica di intelligenza artificiale si debba ipotizzare (come avviene nelle ricerche teoriche in merito) la singolarità rappresentata dall’acquisizione di una coscienza, essendo sufficiente, invece, che i dispositivi in questione, anche se mere appendici di una rete di elaborazione dati che si limita a simulare l’intelligenza, esercitino comunque un potere straordinario sulle nostre azioni “per conto di una piccola banda di esseri umani in carne ed ossa”. Del resto, dalla prima rivoluzione industriale ad oggi non è una novità che le macchine (da quelle a vapore a quelle elettroniche) siano state dotate di una sempre maggiore potenza e capacità di automatismo da rendere sempre più complesso per i loro creatori il compito di dominarle. Se, in questo senso, il rapporto tra il capitale cloud con le sue macchine intelligenti, nonostante l’enorme autonomia e capacità decisionale di queste rispetto a quelle di una volta, continua a mostrare delle analogie col capitalismo anteriore all’era del computer, un quadro simile si presenta non appena si va a cercare, accanto alle novità tecnologiche digitali, certe condizioni socio-politiche (dal significato affine a quello delle enclosures dei terreni nell’Inghilterra preindustriale) capaci di renderle protagoniste di una grande trasformazione. Ebbene, pensa Varoufakis, il nesso sequenziale tra la sottrazione delle terre comuni e l’invenzione della macchina a vapore di James Watt che avvia il primo capitalismo trova corrispondenza, una volta nato il capitale cloud, in quello tra l’“l’epico saccheggio del bene comune Internet, reso possibile dai politici, e poi una serie di spettacolari invenzioni tecnologiche, dal motore di ricerca di Sergey Brin (uno dei due fondatori di Google) allo straordinario ventaglio di applicazioni dell’IA di oggi”. Insomma, duecentocinquant’anni fa come oggi, “un saccheggio completo dei beni comuni, una classe politica complice, e solo dopo una meravigliosa innovazione tecnologica. È così che è nata l’era del capitale. Ed è così che sta nascendo l’era del capitale cloud”.

A questo punto, per chiarire l’impatto di Internet sul capitalismo, bisogna partire dall’apparentemente curioso dato di fatto che la “rete”, inizialmente, con esso non aveva alcun rapporto, essendo libera, senza gerarchia, basata su un processo decisionale orizzontale, e senza conoscere scambi di carattere mercantile. Questo, paradossalmente, nel periodo della guerra fredda e col pericolo di uno scontro nucleare, discendeva dalla scelta del Pentagono americano di progettare e realizzare una rete di computer priva di un nodo centrale facilmente vulnerabile. Una vera e propria antinomia, come nota Varoufakis: “una rete informatica non commerciale costruita e posseduta dal governo degli Stati Uniti, che operava al di fuori dei mercati e degli imperativi capitalistici, ma il cui scopo era la difesa del regno capitalista”. D’altronde, la natura non mercificata del primo Internet era anche in linea col carattere dell’economia americana del tempo, dominata (come si è visto nella prima parte di questa esposizione del libro dello studioso greco) dalla “tecnostruttura”, non proprio in sintonia col libero mercato. Il risultato di queste circostanze era, appunto, il progetto di una rete informatica tale da favorire al massimo la libera comunicazione tra esperti di tecnologia digitale di organismi non commerciali americani e occidentali, grazie a “protocolli comuni o aperti” (TCP/IP, POP, IMAP, SMTP, http), ovvero linguaggi utilizzabili gratuitamente da chiunque “viaggiasse” attraverso il Web. Elementi costitutivi di un bene digitale e di connessi servizi comuni, insomma, analogo alle terre comuni anteriori alle “recinzioni”, che ancora esistono (come, ad esempio Wikipedia), “anche se nascosti adesso sotto i mostruosi edifici eretti sopra di essi dalle Big Tech”.

    Tale Internet One nasceva però durante gli anni Settanta dello scorso secolo, proprio mentre cresceva e si affermava “il nuovo mondo spietato del Minotauro, dove le banche erano state liberate da molte delle loro catene dell’era del New Deal ed era iniziata la finanziarizzazione di ogni cosa”. Inevitabile che il mondo della finanza trovasse subito nei computer potenti alleati, riuscendo a effettuare con essi, in maniera velocissima, le sue scommesse alimentate dal debito avvolgendole in strati di complessità digitale (tramite “derivati” costruiti su complicati algoritmi) capaci di occultare rischi enormi e altissimi profitti. Così, già all’inizio degli anni Ottanta, “in questo universo, intanto legittimato dall’ideologia neoliberista, dove gli algoritmi erano già diventati le ancelle dei finanzieri, l’Internet originario, simile ai beni comuni, non aveva alcuna possibilità. Nuove enclosures erano solo una questione di tempo”.

La forma di recinzione, questa volta, per tenere la gente lontana dalle risorse comuni, sarebbe stata la negazione dell’accesso alla stessa identità digitale dei soggetti, che, in effetti, come ormai è facile costatare, in vario modo e sotto tanti aspetti non appartiene più né a noi né allo Stato, essendo dispersa in tanti domini di proprietà privata (una banca, Facebook, Twitter, Google, e via dicendo). Un vero e proprio furto della identità personale a cui per giunta (ed è il lato più sconcertante della cosa) è quasi impossibile resistere, permettendo questa appropriazione l’accesso ad opportunità di vario genere a cui non si sa più rinunciare. Il risultato è che ormai, per compiere qualsiasi operazione in quello che era un terreno comune digitale, sono la grande finanza e le Big Tech a doverci accordare il permesso di utilizzare dati che ci riguardano e che sono diventati di loro proprietà. Un quadro resosi sempre più netto in queste sue caratteristiche man mano che da algoritmi meramente classificatori degli utenti della “rete” si passava, parallelamente alle straordinarie innovazioni della struttura dell’hardware nei computer, a quelli sempre più attivi, protagonisti dell’intelligenza artificiale; per cui quello che può sembrare un servizievole assistente (l’esempio di Alexa) è invece “un elemento del capitale di comando basato sul cloud” che ci trasforma in servi, con il nostro stesso aiuto e per mezzo del nostro stesso lavoro non pagato, e che arricchisce ulteriormente i suoi proprietari, con la sottomissione ad un modello di business basato sulla raccolta e vendita di nostre informazioni di ogni genere.

A questo punto Varoufakis si pone una domanda fondamentale: “Qualcosa di tutto questo è davvero una novità? Il “capitale cloud” è davvero diverso dagli altri tipi di capitale, come i martelli, i motori a vapore o le reti televisive impiegate per manipolare la matrice dei nostri desideri? Non è certo meno fisico di questi, perché la metafora della nuvola è solo una metafora. In realtà è costituito da vasti magazzini di dati, contenenti file infinite di server, connessi da una rete di sensori e cavi che si estende in tutto il mondo. Il capitale cloud potrebbe distinguersi per il suo potere di comando? Non può essere neanche quello… sebbene il capitale cloud ci possa comandare in modi inediti, la chiave per comprendere la sua natura speciale è il modo in cui esso si riproduce, molto diverso da quello che riproduce martelli, motori a vapore e reti televisive”. Ciò significa che, mentre il capitale tradizionale era accumulato e riprodotto all’interno di un mercato del lavoro, essendo lavoratori salariati aiutati dalle macchine a produrre beni da vendere per generare profitto, a sua volta impiegato per pagarli e per utilizzare nuove macchine, “il capitale cloud, al contrario, può riprodurre se stesso in modi che non coinvolgono alcun lavoro salariato, imponendo a quasi tutta l’umanità di partecipare alla sua riproduzione gratuitamente!”

Ma, per una corretta comprensione di quanto appena letto, si rende necessaria un’importante distinzione tra gli effetti determinati dai colossi dell’informatica sui tradizionali posti di lavoro e quelli su tutti gli utenti della tecnologia. Mentre, infatti, nel primo caso, le condizioni dei lavoratori (per esempio i magazzinieri di Amazon) non sono (nonostante l’utilizzazione di strumenti elettronici al posto di ruote dentate e cinghie dell’antica catena di montaggio, ed il ruolo dirigenziale assunto in tanti altri settori dagli “algo”) sostanzialmente diverse da quelle degli operai del capitalismo vecchio stampo, potendosi quindi parlare di un “proletariato del cloud”, è nel secondo caso che si mostra invece una situazione storicamente del tutto nuova, ovvero la “riproduzione gratuita” descritta prima, che induce a parlare di servi della gleba del cloud, alle dipendenze dirette e non retribuite del “capitale cloud”, non mediato da alcun mercato.

In che modo, dunque, il “capitale cloud”, oltre a orientarci con i sofisticati strumenti dell’IA, ha persino il potere di farci “lavorare direttamente alla sua riproduzione, al suo rafforzamento e mantenimento?”. Ciò si intende subito considerando che la parte più preziosa di “capitale cloud” non è costituita dalle sue componenti fisiche (software intelligenti, “server farms”, torri cellulari, eccetera), ma dai contenuti testuali, immagini, video, e via dicendo, che tutti noi carichiamo sui vari, noti “social media”, con ciò “producendo e riproducendo, al di fuori di qualsiasi mercato, lo stock di capitale cloud”. Ne consegue che “il lavoro retribuito svolge solo una frazione del lavoro su cui le Big Tech si basano”, lavoro svolto gratuitamente da miliardi di persone; il che è reso evidente dalla circostanza che, rispetto ai lavoratori di grandi gruppi (come General Electric, General Motors, ExxonMobil) ai quali va circa l’80% degli introiti dell’azienda, a quelli delle Big Tech ne va solo meno dell’1%. Ora, il fatto che si scelga di accettare più o meno consapevolmente tale logica, traendo anche soddisfazione dal condividere la vita personale con le proprie comunità digitali, non toglie che, come nella situazione in cui un feudatario prelevava la parte più consistente della produzione dei servi della gleba, miliardi di persone non retribuite producano oggi “capitale cloud” arricchendo un piccolo gruppo di multimiliardari. Insomma, “la vera rivoluzione che il capitale cloud ha inflitto all’umanità è la trasformazione di miliardi di noi in volenterosi servi della gleba che si offrono spontaneamente di lavorare senza retribuzione per riprodurlo a beneficio dei suoi proprietari”.

Da quanto fino ad ora esposto, non si fa fatica a comprendere il motivo per cui Varoufakis può affermare: “Entrate su amazon.com e uscite dal capitalismo. Nonostante tutti gli acquisti e le vendite che lì si svolgono, siete entrati nel regno che non può essere pensato come un mercato, nemmeno come uno digitale”. La cosa viene meglio illustrata immaginando una città animata da tante attività commerciali apparentemente libere, ma in cui tutto, invece, fa capo ad un unico individuo, tramite un algoritmo che tutto governa, incassando una quota per ogni vendita. Evidente che il mercato, digitale o meno, in questa situazione, è del tutto illusorio, né si può identificare la sua “mano invisibile” teorizzata dall’idea liberale con la logica dell’algoritmo. Né è convincente l’idea che si tratti solo di “un mercato capitalista impazzito”. Se, dunque, Amazon (come altre analoghe piattaforme di e-commerce) non è un mercato capitalista, per Varoufakis è invece “una specie di feudo digitale, un feudo postcapitalista, le cui radici storiche rimangono nell’Europa feudale, ma la cui integrità è oggi mantenuta da un tipo di capitale futuristico e distopico basato sul cloud”. Analogamente a come anticamente un signore concedeva feudi ai suoi vassalli, che sfruttavano quindi una parte delle sue terre in cambio di una quota della produzione, e quindi percepiva quanto pattuito tramite i suoi funzionari, oggi la piattaforma e-commerce concede a pagamento feudi digitali fondati sul cloud ai venditori, lasciando che il suo “algo-funzionario” vigili e riscuota. Significativo è perciò il fatto che produttori capitalisti convenzionali sempre più spesso decidano di vendere i propri beni inserendosi nell’apparato telematico dei “cloudalisti” ai quali pagano un compenso, stabilendo con loro un rapporto analogo a quello dei vassalli nei confronti dei feudatari.

In sintesi, a costo di ripetizioni, ma in maniera molto efficace e suggestiva, Yanis scrive: “Ci sono volute scoperte scientifiche strabilianti e programmi di intelligenza artificiale che sfidano l’immaginazione per ottenere cosa? Per trasformare in proletariato del cloud i lavoratori che faticano nei magazzini, guidano i taxi e consegnano il cibo; creare un mondo in cui i mercati sono sempre più rimpiazzati da feudi cloud; costringere le aziende al ruolo di vassalli; e per trasformare tutti noi in servi della gleba del cloud, incollati ai nostri smartphone e tablet, che producono avidamente il capitale cloud che mantiene i nostri nuovi padroni al settimo cielo”.

Giunti a questo punto (sebbene Varoufakis continui, da ferrato economista, con pagine molto tecniche dedicate alle vincenti strategie finanziarie alla base dell’ascesa dei “cloudalisti”, in particolare in seguito alla grande crisi del 2008 e durante il periodo pandemico, sulle quali l’intenzione di chi scrive è di soffermarsi in altra occasione) si è già in grado di esaminare considerazioni conclusive dell’interessante studio, almeno in merito alla sua tesi centrale, l’esito “tecnofeudale” del capitalismo.

In primo luogo risulta possibile una risposta alla iniziale domanda, circa il destino del capitalismo, se l’utilizzazione della “rete” possa renderlo invincibile o, viceversa, rivelarne il “tallone d’Achille”. Ebbene, “da un lato, l’ascesa del capitale cloud ha consolidato, incrementato e di gran lunga ampliato il trionfo del capitale sulla manodopera e la società… E tuttavia, ecco la contraddizione: nel fare questo, il capitale cloud ha simultaneamente dato inizio al sistema tecnofeudale che ha ucciso il capitalismo in così tanti ambiti ed è in procinto di sostituirlo da tutte le altre parti”. Per cui, nessuno spazio al sogno di un lavoro libero dal “giogo del mercato capitalista”, dal momento che “è accaduto qualcosa che somiglia di più al suo contrario: è il capitale che si è scrollato di dosso il mercato capitalista!”.

In secondo luogo, sulla base di quanto esposto, è possibile far fronte a legittime perplessità circa un effettivo cambiamento di scenario determinato dal nuovo “capitale cloud”: “La vita sotto i cloudalisti è fondamentalmente diversa da quella sotto il capitalismo? I cloudalisti sono davvero così diversi dai capitalisti da aver bisogno di un nuovo termine – tecnofeudalesimo – per il sistema nel quale viviamo oggi? Perché non chiamarlo semplicemente ipercapitalismo o capitalismo piattaforma?”. Un interrogativo al quale si può rispondere osservando che sebbene, anche dopo la rivoluzione industriale, la classe feudale della nobiltà terriera rimanesse per tanto tempo ancora viva e vegeta, “tuttavia qualcosa di criticamente importante sarebbe andato perduto se quelli che forgiarono il linguaggio di quell’epoca fossero stati riluttanti ad abbandonare la parola feudalesimo, scegliendo di chiamare il sistema nascente non capitalismo ma feudalesimo industriale o di mercato. Chiamandolo coraggiosamente capitalismo, un secolo prima che il capitale dominasse completamente le nostre società, aprirono gli occhi degli individui di fronte alla grande trasformazione che si stava svolgendo intorno a loro mentre era in corso”. In modo analogo, oggi, pur vedendo il capitalismo diffuso ancora dappertutto e capace di dominare istituzioni politiche ed economiche di ogni genere, ed i mercati governati dal profitto continuare a indirizzare vita e mente di individui e masse, tuttavia usando termini come “ipercapitalismo” o “capitalismo delle piattaforme”, o “capitalismo di rendita” sarebbe preclusa la possibilità di descrivere e studiare la nuova trasformazione in atto verso un vero e proprio “tecnofeudalesimo”.

Ma se tale asserito cambiamento è effettivo, una prova dovrebbe essere fornita dal progressivo sopravvento della rendita (caratteristica forma di reddito della proprietà feudale) sul profitto (tipico invece del capitalismo e dell’economia di mercato); a tal fine essendo utile ricordare che se, da un mero punto di vista aritmetico la differenza tra rendita e profitto quasi non si coglie, consistendo l’una e l’altro in un guadagno che sopravanza i costi, essi rivelano in effetti una netta diversità, scaturendo il secondo dal variabile investimento imprenditoriale in progetti di cose nuove di vario genere ed essendo perciò esposto alla competizione, e la prima invece no, avendo il suo fondamento in risorse disponibili in maniera fissa. Ebbene, che il “capitale cloud” abbia a che fare con la rendita piuttosto che col profitto è proprio quanto intende mostrare Varoufakis, evidenziando la pronunciata differenza tra le strategie economiche delle grandi imprese basate su di questo rispetto a quelle capitaliste in senso tradizionale. Perciò con grande competenza egli si sofferma sulla complessa vicenda per cui la rendita (naturalmente in molti settori, come in quello petrolifero, mai scomparsa del tutto dalla scena economica per tutta l’età capitalistica) torna a rinascere in maniera potente nel secondo Novecento, per esempio con le strategie di branding, arrivando quindi a caratterizzare agli inizi del nuovo secolo il “capitale cloud”. Esemplare l’itinerario di Apple, che, resistendo dapprima alla temibile concorrenza di Microsoft, Ibm, Sony e altri grazie alla produzione di ottimi dispositivi tali da permettere una efficace rendita del marchio, con l’iPhone passava decisamente ad una vera e propria, inesauribile, rendita da cloud, grazie alla brillante idea di Steven Jobs di offrire gratuitamente a sviluppatori esterni il software Apple per la creazione di applicazioni di ogni genere, disponibili per i soli possessori di quella linea di smartphone, da vendere tramite l’Apple Store: “In un colpo solo Apple aveva creato un esercito di lavoratori non retribuiti e vassalli capitalisti”. Analogo discorso in merito a Google, con un motore di ricerca “fulcro di un impero cloud” comprensivo di Gmail, YouTube, poi di Google Drive e Google Maps, già prima di sviluppare Android, sistema operativo utilizzabile su smartphone di qualsiasi altro costruttore, in modo da spingere sviluppatori a creare applicazioni oltre che per Apple Store, anche per Google Play. E poi (tralasciando tanti altri esempi) Amazon, con una catena di fornitura globale tramite un vero e proprio “feudo cloud”. Insomma, “rendite cloud” stratosferiche da “capitalisti vassalli e servi della gleba del cloud”.

Essendo ormai chiari i termini della stimolante formulazione teorica proposta da Yanis Varoufakis, si può momentaneamente chiudere considerandone il senso a fronte della storica domanda (almeno da Marx in poi) sul destino del capitalismo, alla quale quindi si risponde: il capitalismo non è morto e non morirà, come si era ritenuto e qualcuno ancora ritiene, per mano della sua creazione, il proletariato; e nessuna “democrazia socialista tecnologicamente avanzata”, cioè, ci sarà. Infatti, “il capitalismo sta morendo indirettamente per sua stessa mano, degna vittima della sua più grande creazione, non il proletariato, ma i cloudalisti. E pian piano, i due grandi pilastri del capitalismo – il profitto e i mercati – vengono rimpiazzati. Anziché un sistema post-capitalista che finalmente sani le divisioni tra gli esseri umani e ponga fine allo sfruttamento delle persone e del pianeta, quello che sta prendendo forma intensifica e universalizza lo sfruttamento in modi finora inimmaginabili, se non forse dalla fantascienza”.

Altri pressanti temi che a questo punto si impongono nello studio di Varoufakis non riguardano più, perciò, il capitalismo, ma direttamente il “tecnofeudalesimo”, come il suo “impatto globale nella nuova guerra fredda” o l’identificazione di possibilità di fuga da tale teorizzato nuovo e inquietante sistema sociale. Si tratta di stimolanti argomenti che si ha l’intenzione di esaminare su “Italicum” non appena possibile.

 

 

 

 

 

 

 

 

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