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SPENGLER: L’OCCIDENTE CONTRO L’EUROPA

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Spengler, più di cent’anni fa, lanciò l’avvertimento del “tramonto dell’Occidente”. L’Europa si è perduta per aver scelto L’Occidente. Tutto è stato giocato intorno alla tecnica e poi alla tecnologia. L’Europa, si è fatta serva del potere economico degli USA ed ha abbandonato per sempre le proprie ragioni storiche e culturali.

L’Europa ha perduto se stessa dal momento in cui ha lasciato che la sua appendice americana divenisse padrona del suo destino. Aver scelto l’Occidente è stata la sua condanna. Da allora, l’Europa non è che un formicaio su cui si sia posato uno stivale da boscaiolo: impazzimento di plebi, mischiamento di popoli, fughe in tutte le direzioni, reali e psicologiche, assenza di un centro. La “civilizzazione”, questo tragico scherzo giocato all’Europa, ha significato non solo crisi, ma vero e proprio tracollo. Non si dirà che, bene o male, l’Europa è sopravvissuta come Unione europea. L’Unione europea, per la verità, non ha nulla di politico, e nulla di europeo. Come ognuno sa, non è che un comitato internazionale d’affari, senza collegamento con gli interessi vitali dei popoli, e, tantomeno, con le loro culture nazionali. Anzi, facilmente si constata che l’Unione europea è il primo antagonista dell’Europa, di cui mina sistematicamente tutti i fondamenti, siano culturali, economici, etnici, storici. Non esiste un nemico dell’Europa peggiore dell’Unione europea, di quel pugno di burocrati che, non sappiamo in virtù di quale investitura, decide sull’avvenire dei nostri popoli senza minimamente consultarne la volontà. In ogni caso, poi, si tratterebbe di una volontà già conculcata da decenni, già comodamente indirizzata verso le derive volute, affidandola alle mani americane come prezioso strumento di potere americano, per interessi americani e con accompagnamento di propaganda americana.

Quando Spengler, più di cent’anni fa, lanciò l’avvertimento del “tramonto dell’Occidente”, i giochi, in larga misura, erano già stati fatti. Chiamò la crisi di invecchiamento della nostra civiltà una “civilizzazione”, ciò che non significava soltanto ripiegamento politico e artrosi della volontà. La civilizzazione, destino di ogni civiltà, in quanto organismo vivente naturalmente soggetto al trascorrere del tempo, possedeva però, ai suoi occhi, ancora il pregio di poter osservare il movimento della storia. Di fare prognosi. Dall’alto della crisi, spiegava, si vedono meglio i processi di senilità spirituale, di necrosi dello spirito generale. E se ne possono predisporre i rimedi.

La “morfologia storica” è un libro aperto davanti agli occhi europei, ad esso si deve guardare come a una tavola delle soluzioni: una civiltà giunta al suo termine ha ancora un grande compito da svolgere, gestire la sua vecchiaia, dirigere gli sforzi per la sopravvivenza verso gli obiettivi più utili. Spengler, oggi lo possiamo dire, era un ottimista. Ragionava da uomo del suo tempo. Un’epoca in cui il capitalismo imperialistico nella sua fase nazionalista dava ancora tutta una serie di grandiose possibilità a chi si fosse posto sulla strada di una rivolta europea contro la propria morte. E, per la verità, l’Europa cercò di opporsi alla sua morte, ma venne soppressa dal suo stesso gesto di ribellione, spirando in un oceano di annientamento in cui perse per sempre se stessa.

Era facile, ai tempi di Spengler, assegnare ancora un destino all’Europa. Il cesarismo, il risveglio delle nazioni sotto l’indice di ciò che oggi chiameremmo populismo, oppure sovranismo, fu in effetti una risposta europea all’elettroshock della Prima guerra mondiale, e si dimostrò così che la vecchia Europa aveva ancora energie, sussulti, ultime volontà. Oggi Spengler non sarebbe altrettanto ottimista. Egli vedeva chiaramente il declino, giudicava se di anticorpi ancora ce ne fossero, ma che, insomma, l’ammalato era grave, anche se non ancora disperato. Oggi non potrebbe che constatare la morte clinica di un organismo che ha mutato la sua stessa conformazione, mentale come fisiologica. L’Europa non è più quella che lui aveva davanti. Nel frattempo, per molti decenni, è stato fatto un poderoso lavoro di consunzione dell’identità europea, che ha ridotto l’organismo, sottoposto a tale trattamento, a nulla più che una massa gelatinosa a disposizione di chiunque ne voglia disporre.

Pochi, come Spengler, seppero individuare il nervo sensibile della dissoluzione europea, già in atto ai suoi tempi. Una delle massime motivazioni del suicidio europeo, oltre alle guerre civili mondiali, fu certo l’esportazione della tecnica e la “delocalizzazione” del potere industriale fuori dal continente. Già allora si cominciava a vedere il coltello, una volta saldamente in mano all’uomo bianco, rivolgerglisi contro. Era una sorta di “vendetta del mondo sfruttato contro i suoi padroni”.

Tutto è stato giocato intorno alla tecnica e poi alla tecnologia. Qui l’Europa, tradita dall’America, si è fatta serva del potere economico abbandonando per sempre le proprie ragioni storiche e culturali.

Spengler scrisse nel 1931 un libretto decisivo per spiegare che il declino dell’Europa dipendeva in larga misura dalla cattiva gestione della tecnica. Quando l’altro mondo, quello di tutti i colori, “guardò dentro il segreto della nostra forza”, si attuò un lento invertimento delle posizioni. L’esportazione della scienza ha sancito la fine di un’egemonia. La “cieca volontà di potenza” europea, scriveva Spengler, ha commesso “errori fatali”:

Invece di tenere segreto il sapere tecnico, questo grande tesoro posseduto dai popoli ‘bianchi’ fu spavaldamente offerto al mondo intero in tutte le Università, con la parola e con la penna, e si fu fieri dell’ammirazione di Indiani e Giapponesi. Si inizia la nota ‘dispersione dell’industria’, partendo anche dalla convinzione che si dovesse avvicinare il produttore al consumatore, per ricavare guadagni più lauti. Non si esportano più unicamente prodotti, ma anche segreti, sistemi, metodi, ingegneri e organizzatori. Perfino gli inventori emigrano.

L’Europa è stata giocata dal mercato, ha inseguito l’America su questo terreno, ha allevato nel suo seno generazioni di antagonisti che poi, resi forti da idee e mezzi europei, sono stati fra i maggiori giustizieri proprio del potere europeo, e ovunque nel mondo. Il mercato da una parte, e, dall’altra, il suo sostegno ideologico, l’ideologia fanatica dei diritti universali e della disintegrazione identitaria, hanno consegnato l’Europa, mani e piedi legati, a chiunque volesse tradirla. Per dire: un Ho Chi Min educato e formato alla Sorbona, imbottito di cosmopolitismo illuminista, di marxismo, di diritti universali, poi rispedito in patria, dove subito diventa il demolitore dell’impero coloniale francese, non è che il simbolo dell’allevamento in batteria, che l’Europa attua ancora oggi e da molto tempo, nel cuore stesso del suo sistema, dei propri più mortali nemici di domani. L’Europa, e mai come oggi, da molto tempo va riempiendosi il ventre di agenti patogeni distruttivi. Sia individuali che di massa. Il risultato è davanti ai nostri occhi.

Tutto, in fondo, è cominciato così. Le cose sono molto semplici. Dobbiamo uscire dai ricatti delle morali correnti e guardare in faccia i fatti, così come sono accaduti. L’Europa è defunta, questo è un fatto. I suoi resti mortali, la sua carcassa, è vero che sopravvive ricoperta di lustrini e di luci al led, ma, al di sotto dell’apparato luminescente, la salma decomposta la si scorge benissimo. Di quale Europa vogliamo oggi parlare? Di quale destino? Vogliamo dirlo che il potere è un privilegio e che solo la forza regola gli equilibri tra i popoli? Come si fa a pretendere un destino, se da generazioni si predica la debolezza, la rinuncia, il disarmo morale e fisico, l’abbassamento della testa, il brutale senso di colpa? Che c’entra l’Europa di oggi con quella dei tempi di Spengler? Vorrebbe oggi uno Spengler difendere l’Europa com’è oggi, assegnarle un futuro, e saprebbe poi ancora riconoscerla?

L’Europa, che oggi si fa stuprare agitando nazionalismi artefatti, come quello ucraino, resuscitato per l’occasione, al fine di fare un piacere all’America che ne dispone come arma imperialista al servizio dei propri interessi, questa Europa che vive di inganno e di ipocrisia, non è difendibile. Non è neppure Europa. Qualcuno sta forse difendendo la “civiltà europea” sugli spalti del Donbass, come fosse un’altra Stalingrado, una moderna edizione delle Termopili? Davvero qualcuno potrebbe credere, in tutta sincerità, in qualcosa del genere?

“Le grandi potenze sono inadeguate a guidare il decorso della decadenza dell’Europa”, ha scritto ai suoi tempi Spengler, e questa impotenza si affianca all’incapacità che sorga un elemento ordinatore a livello mondiale, in grado di rettificare qualcosa. Forse, quando al crollo dell’URSS nel 1991 tenne dietro l’ambizione americana di recitare la parte del “poliziotto” internazionale, unica superpotenza rimasta, forse solo allora, per un breve momento, gli USA avrebbero potuto recitare la parte dell’Imperium mondiale, quale Spengler aveva ipotizzato nella fase successiva all’esaurimento dei vecchi Stati. Ma neppure l’America è riuscita a cogliere l’attimo, resa vecchia anch’essa, e già corrosa, dalla sua stessa conformazione “asburgica” di Stato multietnico, multilingue, con poteri dispersi tra lobbies e territorialità antagoniste. E proprio oggi noi vediamo che i dirigenti americani ricorrono al conflitto soltanto per interposta persona, temono le implicazioni, non hanno né il ruolo né la statura dello Stato-guida con ambizioni mondiali. Anzi, la sua leadership va sgretolandosi – come ha ben detto Putin – davanti all’emersione di nuove potenze alternative, extra-occidentali e anti-occidentali, dalla Cina all’India ed oltre. E per questo, per questa sensazione di intimo cedimento, l’America va in giro per il mondo a fomentare guerre, quali che siano. Gli USA ricorrono alle guerre per procura come un qualunque Stato in declino, come un qualunque Stato ottomano marcio e decadente, che solo una guerra può salvare.

La situazione di esaurimento di ogni segno di civiltà non ha colpito solo l’Europa, e nemmeno solo l’Occidente. La civilizzazione, cioè ciò che resta dopo la fine della civiltà, è un male mondiale, dato che il modello di “sviluppo” è unico, non conosce alternative a quello “bianco”. Ed è proprio il modello “bianco” ad esser canceroso, portatore di degenerazione. Qui siamo già molto oltre la “civilizzazione” spengleriana, la dittatura della tecno-scienza al servizio del profitto ha un unico fine: finire l’opera iniziata due secoli fa dagli illuministi, annientare fino alle ultime tracce l’identità europea, colpita da una mortale fatwa di distruzione colpevolizzante. L’Europa deve morire, così si sono detti da qualche parte. Spengler non capirebbe. In tutto questo non c’è nulla di grande.

Attendere allora le grandi “mutazioni spirituali”, quelle stagioni epocali che afferrano l’uomo all’improvviso, per cui dal nulla sorgono una Scuola d’Atene, una Repubblica romana, un Rinascimento? Spengler vedeva la storia come successione di grandi sincopi. Non previde il lento sprofondare, l’inesorabile annientarsi nell’atomizzazione, il rallentamento del respiro di tutto un mondo in agonia, strangolato da buoni propositi di dissoluzione.

Attualità di Spengler? Aiutare il morto a diventare salma, ma ben sepolta. Questo vorrebbe un Nietzsche. Aiutare la storia, che è un movimento della natura, ad accelerare i suoi processi di sfacelo. Spengler la indicò ai suoi tempi la preghiera da snocciolare davanti a questo catafalco: la chiusa del suo libriccino “L’uomo e la tecnica”.

Chi non possiede armi atomiche da gettare sulle capitali, ciò che si rivelerebbe molto utile ad aprire un nuovo ciclo primordiale tra forze vergini; chi non ha questi mezzi, dunque, si alzi in piedi e reciti con noi l’orazione spengleriana:

Siamo nati in questo tempo e dobbiamo percorrere coraggiosamente sino alla fine la via che ci è destinata. Non abbiamo alternative. Il nostro dovere è di tener fermo come quel soldato romano le cui ossa furon trovate a Pompei davanti ad una porta: egli morì perché, quando scoppiò l’eruzione del Vesuvio, si dimenticarono di scioglierlo dalla consegna. Questa è grandezza, questo significa aver razza. Questa onorevole fine è l’unica cosa che non si può togliere all’uomo.

 

 

 

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